sabato 30 giugno 2018

LA FRANCE C'EST MOI GIROLAMO MELIS (dit Girò) - PAS TOI COUILLON-MACRON!!!!!!!!!!!!!!!!!



La casa di vetro.
Mentre un poliziotto a Milano riceve
indefiniti applausi e lacrime in mortem
dai soliti cinquantamila che commozione
non avranno nei loro venti o quarant’anni
tra le mura di casa – et à Paris quelli
della Facoltà di Medicina imparano
la lezione del maggio e della vana
tecnocrazia senza nomi prestigi epopee
- e parla inascoltato il papa da Roma
non più imperiale né umile né contestata
- mentre
- mentre:
ecco l’uomo/ragazzo ora saggio
ora disperato,
eccolo costretto negli abiti stretti
di persona senza reggia miti frustrazione
- e la sua donna senza storia e finalmente
senza chilometri
- e gli amici come un tempo
accanto e non intorno e non distanti e questo fittizio soggettivo e oggettivo essere due,
cosa e persona e viceversa
rovesciandosi infine
a lottare per terra e cercare la fine
della vendetta
(l’automobile gli acquisti la cena fuori
le corse per lavoro e non più umilianti costruzioni –
i capelli del mattino –
il volto senza difesa –
le parole senza linguaggio ancora ma
parole –
persona senza domeniche e porte chiuse e abiti scelti).
Mentre la donna avec sa raison
riposa o quieta s’aggira rispettosa di sé,
l’ordine si impossessa delle brevi
stanze e dei lunghi circolari panorami
- l’ordine dell’autunno di fiori di neve
dell’anfiteatro di neve di bosco di castelli
- e l’ordine dei libri degli ospiti e dei giochi
rotondi
- l’ordine preordinato del weekend goethiano
e del suo medesimo ordine non mediocre.
Era la prima
o la seconda neve in questa periferia di grandi
memorie – lo sguardo del vento ancora vòlto
a quel mio nuovo puno cardinale di città
più che lontana più che rifiutata
- provvisoriamente zero
- come e qualmente dimostrasi il dilagare
dell’amore nuovo
- mentre torna il felice
lapsus infantile di Mildura… “human being oppure
human bean? Human beings oppure oppure
human beans? oppure entrambi entrambi”…
per chi
il giardino senza passeggiata?
Costruzione silenziosa dentro la schiavitù
del mito:
e ora – a lui mito davanti,
noi due in faccia finalmente animali,
come due animali –
distruggere me con te e distruggere col mio
corpo il mito e col tuo corpo il mito di te
e con la nostra allegoria dolente restituire
al niente le molteplici occasioni
di aerei e di città
senza perdonare.
Come questi muri di vetro
aperto non perdonano all’alba lenta e al rapido
fotofinish del tramonto l’anacronistica legge
della luce e del buio (muri scudo
di trasparenze e di affinità) immobile quando
ogni altra legge è accettata o voluta.
Dentro quest’ordine e dentro questo gioco
fammi urlare alla constatazione delle cose
e fammi dire forte come non fossi io
contemplativo
questo pomeriggio quando un giorno ho trascorso
incollato al tuo viso di silenzio e sorriso
e di malinconia – tu addormentata nell’ordine
disperato delle domande – io disperato e quasi
sereno
con gli occhi aperti spalancati fissi sui tuoi
sotto le palpebre che il sogno appena
increspava.

Nella casa di vetro arredata di prospettive
incatenate e fisse tu
puoi
finalmente parlare a me e io posso
senza scrivere lapidi memorie di bronzo
di carta di pellicola di luoghi.
Ognuno di noi rivestito
dell’altrui solitudine e sfogo e silenzio,
sa di neve di bosco di tubi di scarico
sotto il tunnel de la Celle Saint Cloud
- e risvegliandosi e non riconoscendosi
avrà perduto ciò che amava di sé.
Terrà stretto e accarezza ciò che di sé temeva.

*****
Quanto mi manca la mancanza di te.
Quanto povere sono queste caramelle che ti porgo
strette in una mano.e ancora:
dopo Orly non più simbolo ma numero di volo
e ora e codice
E di quanto irripetibili suoni di festa
sento che mi riempiva il tuo non esserci.
Quanto l’ex mio sovrano trionfo cristiano
si scioglie e naufraga a colpi di gioia e di verginità.
Dentro la casa della conchiglia il ritorno
ogni sera da Parigi – dentro il weekend –
la vaisselle – le provviste alimentari –
dentro lo scambio degli accenni e, quando bastano,
i silenzi (ancora, anche qui)
lentamente dall’ordine nacque
la malattia.
Dopo aver tanto immaginato morte,
la realtà di questa mia contratta malattia
quasi cercata e derisa dentro
la casa di vetro, coi timidi passaggi sorridenti
e curiosi del mio docteur Durepaire
in scarpe da tennis sulla seconda o terza
(ma veramente bianca) neve
sulla conchiglia naturale di Saint Pierre du pont,
e di là il rumore così fittizio e amaro
della vaisselle timida – il gioco della casa
il gioco della neve
il gioco delle courses
il gioco del silenzio
il gioco del medico
il gioco del telefono
gli amici appesi soltanto all’amicizia
così recente
qui dentro la neve silenziosa
ritorno a ogni suono di telefono
cerco di analizzarlo secondo
la mia paura o la mia debolezza tenerezza euforia
e dargli – avanti che sia voce e persona –
un nome
un non generico saluto –
mentre la bianca traversa silenziosa
le pareti di vetro e fa già una distesa
incontaminabile
e dentro c’è casa
e giochi e quell’ordine e quei dischi
e tutta la legge scritta della nostra
completa comprensione delle cose
intrecciate ma lucide come la non speranza.
Io non credetti mai – e li bestemmio –
ai poeti dei paesaggi.

*****
Basta una cartolina dell’amico
ritrovato a Parigi e perduto a Milano
- dove io tanto spesso prima avrei sognato
di perdermi senza echi –
a rompere un’immagine e ridarmi
l’ordine di un eterno weekend malato
di veli e reticenze tenere e con veli e nuove
reticenze squarciato per guardare dentro occhi
e occhi dentro occhi e parole dentro
her mind
my mind
perché è solo là che io posso lavorare
e tu con me, mentre
ci trova senza mani il discorso del cuore –
basta una cartolina da un altro ordine
riguadagnato,
basta che franga la neve
o la provochi, Giove postcristiano vile
basta perché si sciolga questo gioco
alla neve alla casa

queste interminabili pareti di vetro non bastano
a dirci quanti e quanti appartamenti
e isole rumorose e immobili d’albergo
ci attendono ancora nella loro
e quindi nostra ipocrisia.
Oggi: le 6 décembre –
sabato non disperato di quiete – riflessioni – voci
infine.