venerdì 19 maggio 2017

LA BELLEZZA DELLA POLITICA - IL MODELLO DI INSEGNANTE & IL PROGETTO-ALLIEVO



1.
Il modello di insegnante.
Che cosa dovrà imparare a sapere, l’insegnante, per imparare ad insegnare il piacere di apprendere, la responsabilità e la bellezza di sapere? Per seminare e coltivare negli allievi il senso profondo della scuola: cioè il fondamento della comunità?
L’insegnante dovrà sapere, dovrà stare sulla via del conoscere, per il piacere della responsabilità, per assolvere il compito-godimento dell’insegnare, ma poiché dovrà insegnare a sapere e a creare nell’allievo il piacere di sapere e il godimento di saper fare, anzitutto per il proprio piacere prima che per una qualsiasi funzione, ecco allora che il saper insegnare dell’insegnante dovrà essere un tutt’uno col saper diventare la parola dell’altro, l’ascolto dell’altro, cioè dell’allievo.

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L’insegnante è il primo allievo di se stesso. L’insegnante dunque dovrà essere il frutto in perenne maturazione di un’educazione pensata e progettata con grande cura. Noi possiamo qui esporre alcuni modelli, o meglio alcuni percorsi di avvicinamento ad un modello di insegnamento/apprendimento strutturato, sia pure con approssimazione. La bella responsabilità della politica avrà poi cura di mettere in atto alcuni modelli operativi.
Il senso di marcia. Il ritorno al passato è prioritario. L’insegnante dovrà immergersi nello straordinario pensiero prodotto dal XX secolo. Dovrà venir aiutato a depurarsi dal tremendo luogo comune che il XX secolo sia il secolo della totale alienazione dell’uomo, del comunismo sovietico e del nazismo, dei gulag e della shoah. Certo che lo è stato e lo stiamo ancora pagando, ma è stato anche il secolo della massima riflessione sul sacro e sul mito, il secolo della crisi delle dottrine e delle ideologie, della storia del corpo e del linguaggio, della scienza e della crisi della prova scientifica, dell’istituzione psicoanalitica e della sua invalidazione, della desacralizzazione del padre, della critica della fuga verso il futuro compiuta nel Novecento, dell’estirpazione delle radici e dell’insorgenza dei nazionalismi e dei localismi, del dominio della seduzione, dell’esplosione del codice duale attraverso le forme di potere e poteri, di massa e potere, di maschile e femminile, di uomo e donna, di famiglia e gruppi, di realtà e rappresentazione.
È stato il secolo della tecnica e della sua identificazione con l’idea di progresso, della morale sostituita al religioso, delle religioni sventrate nel conflitto tra sacro e antropologico. È stato il secolo del nuovo terrorismo: il terrorismo ambientale istituito nell’ecologia e nel salutismo. Il secolo del dominio della finanza sugli Stati. È stato il secolo che ha visto crollare il mito della metafisica sotto le ondate di dubbio scatenate dai grandi pensatori Heidegger, Deleuze, Baudrillard. È stato il secolo della definitiva (?) affermazione del virtuale al reale. eccetera.
L’insegnante deve sapere che il mondo è casa se nasce nella e dalla scuola. Sono indispensabili nuovi programmi di formazione: non solo “nuovi” rispetto ai “vecchi”, ma nuovi nel senso di una varietà e molteplicità. È dunque indispensabile un progetto di ristrutturazione cognitiva: dalla matrice ai processi. È indispensabile la ricreazione del desiderio di conoscenza strutturato al senso di piacere della fatica e dell’impegno. È indispensabile una rivoluzione all’interno della lettura: da strumento finalizzato a fonte permanente di nutrimento e abbeveramento. È indispensabile, salutare, vitale, la ricucitura di quella spaventosa frattura che ha portato in cancrena la cultura, la società, la politica, la generatività della nostra Italia: la frattura tra il “letterario” e lo “scientifico”, metastasi dell’ignoranza, della burocrazia, della legge, d’ogni separazione. Causa prima dell’assenza di una Casa-Italia, di una comunità di fratelli. Casa fatta di mattoni senza calcina.
E, prima e soprattutto, quella autentica rivoluzione scientifica della scuola per liberarsi dal primato della tecnica e dunque dalla mortificante menzogna per cui la tecnica – creazione dell’uomo – ne è diventata padrona e signora.
(*) Nel prossimo incontro parleremo dell’allievo, ma chiudiamo qui affidando all’insegnante una prima prova di identikit di allievo al quale egli dovrà rivolgersi, ascoltandolo e apprendendo da lui l’apprendimento dell’insegnamento. Come, da che cosa, in base a che l’insegnante “valuterà” la persona del suo allievo? proviamo così:
1. Il desiderio.
2. Il senso della bellezza.
3. Lo sguardo su di sé e sull’altro.
4. La predisposizione ad intervenire sui “sistemi” e sui “metodi”.
5. La sensibilità nel vedere se stesso con gli occhi dell’altro.
6. Il godimento nella conoscenza e nella condivisione della bellezza, del piacere, del sapere.
7. L’attrazione per l’ignoto, il “mai pensato”.
8. Il senso dell’assoluto, non come “altro” dal relativo.
9. Il senso della parola. Non come diritto, ma come linguaggio dell’essere.

2.
Il progetto-Allievo.
Il progetto dell’allievo è l’autentico progetto della scuola. La scuola, non la “scuola dell’obbligo”. Dunque una scuola da ripensare con urgenza e sapienza, fin dall’età in cui – nelle nostre società – il bambino viene affidato al “mondo” dalla famiglia per condividerne la formazione: i tre anni. (Sarà qui opportuno ricordare che il pensiero e la ricerca del Novecento ci dicono che all’età di 3 anni il bambino raggiunge il vertice della sua potenza intellettiva, la massima ampiezza della sua apertura alla conoscenza, la sua piena energia cognitiva, che poi – via via – il suo ambientamento nel conformismo ambientale non potrà che attenuare, ridurre, a meno che…)
A tre anni comincia dunque la carriera dell’apprendimento nel mondo, alla quale il buonsenso dà una durata logica di 11 anni. All’età di 14 anni, l’adolescente ha oggi tutte le chiavi di casa della società. Che poi la società sia una casa diroccata non è “un altro discorso”, perché è il discorso determinato e confezionato dalla scuola dell’obbligo e non dalla scuola.
Esempio cardine: dai 3 ai 14 anni l’allievo della scuola dell’obbligo ha studiato per il voto 6… o per il voto 7 o per il voto 10. Ha studiato per una promozione, per una ammissione, per una riparazione, per una licenza di non studiare durante le vacanze poiché è stato promosso a giugno. Cioè l’allievo è stato educato a copiare il compito, a frugare sotto il banco, a fare patti con i “bravi” della sua classe, a usare i più nuovi dispositivi, ad entrare nei siti del ministero, ecc. Insomma, è stato educato alla vita politica del profitto, del peculato, della corruzione, delle mazzette. Con la orgogliosa complicità e connivenza famigliare nel nome del motto: “Fatti furbo!”. E con l’incuranza dell’insegnante, il cui compito si riduce a notificare una punizione, una “nota” inviata alla famiglia. Undici anni di tradimento: della scuola, dell’insegnante, dell’allievo, della comunità, del… cittadino. Undici anni mancati al compito di preparare una vita fondata sulla bellezza della conoscenza, del lavoro, della fatica, dell’avventura umana, del piacere della responsabilità.
E pensare che in 11 anni di Formazione…
Un ragazzo può:
* crescere tenendo insieme il gioco e lo studio,
* crescere imparando a non minimizzare e non volgarizzare il pensiero astratto,
* crescere nella prospettiva del passato e non nella sua svalutazione,
* crescere coltivando la ricchezza del dubbio e non la miseria dell’... “ho capito”,
* crescere valorizzando la gloria e non contrapponendola all’utile…
E può affrontare la prospettiva dello studio senza aspettare la burocratica età dei 18 anni (la licenza di … sic… maturità) avviando l’apprendimento del proprio futuro e aiutando l’Insegnante o gli insegnanti ad apprendere insieme a loro le vie e gli strumenti, insomma la ricerca di un ruolo sociale somigliante alla persona. Si apre a questo punto la pagina buia dell’Università Italiana.
Il ragazzo di 14 anni, se sarà coltivato da una politica della scuola cui abbiamo accennato, avrà il “diritto” di trovarsi difronte ad una scelta non tecnica, non funzionale, non direzionale, non cieca. Insomma, il diritto di cercare orientamento in una Università che non c’è. Trova invece una Università che lo costringe ad abbandonare la Conoscenza, il sapere, la ricerca, la vita e… diventare un tecnico (specialista, esperto, praticante) di qualcosa, radiando da sé tutto ciò che non serve a quel “qualcosa”.
A 15 anni, un ragazzo…
…potrebbe avere il dono di orientarsi verso uno studio multidisciplinare non disgiunto dal saper-fare e tuttavia spalancato alle più sorprendenti dilatazioni del sapere; verso un approfondimento multidisciplinare che permetta l’assunzione precoce di responsabilità politica, sociale, gestionale. Non occorre riferirsi ai grandi esempi di università statunitensi come Santa Cruz, Berkeley, L.A., Seattle, per immaginare facoltà integrate di sapere + saper fare. Possiamo avviarci da subito a progettare nuovi corsi, nuovi orientamenti e perfino nuove lauree, per esempio: Diritto internazionale & Marketing dei consumi, Medicina generale & Linguistica strutturale, Matematiche & Filosofia, Ingegneria civile & Scienza dei materiali, Scienze politiche & Magistero dell’insegnamento, eccetera.
Nel quadro dell’educazione come fondamento della rinascita e della ricostruzione della politica italiana, una speciale progettazione delle nuove facoltà consentirebbe ai giovani di integrare la stagione della loro formazione superiore con l’assunzione di precise responsabilità pubbliche, cioè politiche. Stiamo immaginando una rivoluzione. Sì, stiamo immaginando che i giovani dai 15 ai 24 anni possano sostenere il doppio compito della ricerca (studio) e della politica (amministrazione), affermando così il principio morale che l’età della politica è l’età dello studio. Stiamo parlando della rinascita creativa della nostra nazione, di un nuovo rinascimento del talento. E stiamo prefigurando nientemeno che, in una nuova Italia, la “professione” della politica si interrompa proprio intorno ai 24/25 anni, consentendo al giovane di dedicarsi ai mestieri, alle professioni, alle imprese, agli affari… Salvo poi ritornare alla vita politica intorno all’età di 60/65 anni, età in cui oggi nella nostra dilapidata nazione si liquidano i cittadini pensionandoli, emarginandoli.


Girolamo Melis