domenica 8 gennaio 2017

LE DUE SOLITUDINI: LA SOLITUDINE DEL MALATO - LA SOLITUDINE DEL MEDICO.


La Solitudine del Malato è innocente.
La Solitudine del Medico è colpevole.

Ci occupiamo qui di due solitudini e del dànno irreparabile che il loro incontro può produrre. Nella quotidianità lo produce senza scampo. L’incontro tra queste due solitudini infatti non è mai un “incontro”. 
Parliamo della solitudine del Malato che non sa esprimersi, e della solitudine del Medico che non sa vedere. 
La solitudine del malato è innocente. 
La solitudine del medico è colpevole.
Dovremo dare grande attenzione, tempo e spazio a queste “solitudini”. Cercheremo di scavarle e svelarle da prospettive diverse. Perciò questo testo non ha altra pretesa che servire da stimolo e invito a quei medici, e anche a quei filosofi di vario sapere, che abbiano voglia di esprimere consigli, di suggerire modi e comportamenti affinché il buco nero non ingoi ogni residua speranza di intesa.

(continua a leggere)


Avviamo il discorso dall’inizio, cioè dal Linguaggio, e cerchiamo di dare il buon esempio sfuggendo ad ogni pigra tentazione specialistica.
E siccome la realtà ci dice che le due solitudini sono tali in quanto è la Comunicazione ad essere totalmente assente, affrontiamo il nostro discorso da ciò che è certo: cioè dal Linguaggio espresso in un ipotetico momento, in un ipotetico luogo, in cui il “malato” e il “medico” si incontrano per parlare e ascoltare.
Il luogo ipotetico è lo studio medico. Il momento è la “visita”. Definiamo questo comunissimo evento prendendo in prestito una formula usata dal grande filosofo svedese Gunnar Olsen, il quale chiama l’incontro tra due persone, tra due visi, tra due sguardi, lo “spazio sociale del silenzio”.
Se dunque, questo spazio sociale del silenzio è la misura d’ogni incontro, la sua oggettiva misura geografica, proviamo ad immaginare quale boato può far esplodere il silenzio di quella “visita” in quello “studio medico”.
1. Il malato entra avendo tutto il suo corpo abitato da un’ansia senza vie d’uscita. E sovraccarica quella visita di un’attesa che già di per sé è taumaturgica.
(1bis. Il malato entra per farsi “fare una ricetta”, cioè per usare il medico come funzione burocratica e complice. Lo teme e lo disprezza.)
2. Il medico accoglie “quel” malato come un appuntamento di lavoro.
(2bis. Il medico mostra nonchalance ma non smette di rispettare se stesso.)
3. Il malato entra portando con sé un “peso” nel quale il sintomo avvertito il giorno prima (se i suoi privilegi gli hanno permesso d’essere ricevuto subito) o un mese prima (se non ha privilegi) è ora gravato di crescenti immaginazioni-paure-deduzioni. Sa di essere nelle mani del medico.
4. Il medico non sa niente di chi gli sta davanti.
5. Il malato aspetta ordini.
6. Il medico non guarda in faccia il malato.
7. Se il malato non è già “conosciuto” dal medico, tutta la sua vita è rappresentata dal tesserino sanitario.
8. Il medico, probabilmente, chiede-dice al malato: “Cosa si sente?”
9. Il malato indica una parte del suo corpo e, forse, dice alcune parole che non sono nemmeno una frase compiuta, oppure scatena la sua ansia a lungo trattenuta, in una insensata descrizione del sintomo.
10. Il medico gli indica un lettino metallico aggiungendo o no altre direttive: spogliarsi in parte o in tutto, sedersi o sdraiarsi.
11. Il malato esegue gli ordini con stati d’animo diversi: timoroso o speranzoso, ma sempre sottomesso.
12. Il medico ha un’attitudine molto coerente e rigorosa: da una parte, ignora l’identità della Persona che sta nel suo studio, sulla sua sedia o sul suo lettino. Non è certo, infatti, che si ricordi neppure il nome del malato. Non guardandolo in faccia e non “ricordandolo”, non ha nemmeno l’idea della patologia. E, solo se è ordinato, dà un’occhiata alla schedina corrispondente a quel “numero di Tessera”. Si può dire dunque che il medico non viene mai meno al suo codice: niente viso, niente nome, niente parole.
13. Il malato si trova dunque in uno spaesamento vertiginoso. Confida tuttavia nei rituali fissi della visita, le tre o quattro funzioni che non si negano a nessuno: pressione, lingua, due palpazioni, variabili soggettive, e cade in un profondo scoramento difronte all’ordine di “rivestirsi”.
14. Dunque, il medico non vuole aver a che fare con quella Persona e con quel Corpo specifico.
15. Dunque, il malato, disposto a darsi anima e corpo, è rifiutato in toto.
16. Il medico, liberatosi da quel lavoretto, estrae la sua carta vincente: spedisce il corpo ad un Servizio-Assistenza.
17. Il malato, negato come persona e come corpo, spera e infatti accoglie di essere alienato e inviato come pacco all’officina specialistica XY.
18. Il medico passa alla prossima Tessera, dopo aver detto al malato che lo aspetterà con “i risultati del controllo X o Y”.
19. Il malato, senza aver saputo farsi chiamare, guardare e ascoltare, lascia così la sua unica possibilità di essere visto. E trasferisce la sua speranza nell’incontro con una “funzione specialistica” che è delegata per legge a prendere in considerazione soltanto un suo organo o una sua funzione organica.
20. Il malato, solo in mezzo alla strada, confida di avere questo appuntamento tecnico in un tempo ragionevole (meno di un mese), poi di tornare a prendere il “risultato” del tagliando e di ripresentarsi dal medico per mostrare quel foglio o quella “lastra” o quel “gramma”.
21. Il malato, in tutta questa filière non ha mai potuto essere se stesso. A rigore, ha portato, sta portando e porterà in giro, qua e là, studio, laboratorio o ambulatorio, sempre un corpo estraneo privo di linguaggio, cioè di essenza.
22. Eppure, eppure il malato non può rivendicare questa sua essenza di persona. Il suo potere gli consente, al massimo, di chiedere alla burocrazia o al denaro di...cambiare medico. A volte ci pensa, ci pensa ma non lo fa quasi mai. Poiché sa che non cambierà niente. E comincia a credere fermamente che “le cose stanno così perché è così che si fa”.
23. In realtà il malato ha paura.
24. In realtà il medico sa che il malato ha paura.
25. Il malato, come il sano, ha paura di morire e di soffrire; e il medico, alla luce della sua sragionevolezza, appare come l’agente del suo bene e del suo male.
26. Il medico, nel suo esercizio e nell’immaginario che il suo esercizio produce e rafforza, sa di incarnare la “medicina”, il rubinetto della vita e della morte, il dispensatore di guarigione.
27. Malato e medico, illusoriamente uniti dalla “salute”, abitano in realtà un equivoco senza appello: la taumaturgia.
28. Ed è in questa condivisione irragionevole che le due solitudini sono complici e conniventi.
29. E tuttavia, come scrivevamo all’inizio, tra le due solitudini c’è una inconciliabile differenza: il malato è “innocente”, il medico è “colpevole”.
30. Ma che cosa vuol dire? E ancora: è mai possibile che ogni medico sia “colpevole” e ogni malato “innocente”. E come è potuto accadere, nei millenni, che questa “follia” si sia istituzionalizzata nel corpo e nell’economia? nella scienza e nello spirito? nella politica e nella ragione? E si sia attestata come corruzione della naturalità e trionfo della concettualizzazione?

Il Linguaggio tradito.

31. Cinquant’anni fa, il medico condotto di una zona rurale aveva la milionesima parte delle informazioni tecniche, culturali e ambientali che ha oggi un medico neo-laureato. Cinquant’anni fa, il malato della medesima zona rurale aveva sì e no la metà delle prospettive di guarigione, di salute e di vita rispetto ad un malato grave di oggi.
32. Cinquant’anni fa, l’assenza e la precarietà delle strutture ospedaliere e ambulatoriali, consigliava (costringeva?) il malato a vivere tante forme di malattia nella propria abitazione.
33. Cinquant’anni fa il medico gestiva personalmente questa mancanza di strutture con la collaborazione delle famiglie.
34. Quando il ricovero si rendeva necessario se non indispensabile, il malato viveva la situazione come un “addio”, una pre-morte.
35. Perché il malato si riconoscesse come persona lontano da casa e in un ospedale, era necessario che il linguaggio del discorso economico sostituisse il linguaggio degli affetti o almeno ne interpretasse lo statuto sociale. Venire ricoverato in un ospedale non era una pre-morte bensì un privilegio di status. Il denaro dunque non comprava una merce ma determinava un “essere preso in cura”. Tuttavia, il trionfo del discorso economico, nel suo privilegio assoluto, si aveva allorché il malato poteva venir curato a casa propria dal proprio medico (il medico di famiglia), con la dislocazione in casa dei servizi medico-strumentali di un ospedale. Cioè, anche nel predominio del discorso economico, la famigliarità, la domesticità della cura, era la carta vincente della protezione. E garantiva la non separazione di sé dal proprio corpo.
36. Cinquant’anni fa si giaceva malati, forse si guariva, forse si moriva, in casa, dentro il proprio corpo, dentro il proprio letto, sotto il proprio tetto.

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“E noi, che cosa possiamo fare?”. Da tempo abbiamo incominciato ad interrogarci. Abbiamo lanciato inviti e provocazioni, non abbiamo mai incoraggiato risposte specialistiche.
Insomma abbiamo cercato di ottenere l’attenzione e l’impegno anche dagli specialisti – dagli “esperti” – ma alla condizione pregiudiziale che ognuno di loro s’impegnasse a sgombrare lo specialismo e l’esperienza dalla chiusura, dall’ottusità dottrinaria.
Non abbiamo avuto il tempo e i mezzi per andare avanti. Poiché il luogo dell’incontro tra la solitudine del non sapersi esprimere e la solitudine del non saper vedere, è il luogo della comunicazione, cioè dello scambio. E comunicazione e scambio non si realizzano mai aldifuori della potenza del Linguaggio. E il Linguaggio non si realizza se non ha Voce.
E la Voce del Linguaggio è la Voce dell’Altro.