lunedì 16 gennaio 2017

Girolamo Melis: LA BELLEZZA DELLA POLITICA - "IL PROGETTO ALLIEVO"





LaBellezza della Politica:

Il Progetto “Allievo”

Il progetto dell’allievo è l’autentico progetto della scuola. La scuola, non la “scuola dell’obbligo”. Dunque una scuola da ripensare con urgenza e sapienza, fin dall’età in cui – nelle nostre società – il bambino viene affidato al “mondo” dalla famiglia per condividerne la formazione: i tre anni. (Sarà qui opportuno ricordare che il pensiero e la ricerca del Novecento ci dicono che all’età di 3 anni il bambino raggiunge il vertice della sua potenza intellettiva, la massima ampiezza della sua apertura alla conoscenza, la sua piena energia cognitiva, che poi – via via – il suo ambientamento nel conformismo ambientale non potrà che attenuare, ridurre, a meno che…)

continua a leggere

A tre anni comincia dunque la carriera dell’apprendimento nel mondo, alla quale il buonsenso dà una durata logica di 11 anni. All’età di 14 anni, l’adolescente ha oggi tutte le chiavi di casa della società. Che poi la società sia una casa diroccata non è “un altro discorso”, perché è il discorso determinato e confezionato dalla scuola dell’obbligo e non dalla scuola.
Esempio cardine: dai 3 ai 14 anni l’allievo della scuola dell’obbligo ha studiato per il voto 6… o per il voto 7 o per il voto 10. Ha studiato per una promozione, per una ammissione, per una riparazione, per una licenza di non studiare durante le vacanze poiché è stato promosso a giugno. Cioè l’allievo è stato educato a copiare il compito, a frugare sotto il banco, a fare patti con i “bravi” della sua classe, a usare i più nuovi dispositivi, ad entrare nei siti del ministero, ecc. Insomma, è stato educato alla vita politica del profitto, del peculato, della corruzione, delle mazzette. Con la orgogliosa complicità e connivenza famigliare nel nome del motto: “Fatti furbo!”. E con l’incuranza dell’insegnante, il cui compito si riduce a notificare una punizione, una “nota” inviata alla famiglia. Undici anni di tradimento: della scuola, dell’insegnante, dell’allievo, della comunità, del… cittadino. Undici anni mancati al compito di preparare una vita fondata sulla bellezza della conoscenza, del lavoro, della fatica, dell’avventura umana, del piacere della responsabilità.
E pensare che in 11 anni di Formazione…
Un ragazzo può:
* crescere tenendo insieme il gioco e lo studio,
* crescere imparando a non minimizzare e non volgarizzare il pensiero astratto,
* crescere nella prospettiva del passato e non nella sua svalutazione,
* crescere coltivando la ricchezza del dubbio e non la miseria dell’... “ho capito”,
* crescere valorizzando la gloria e non contrapponendola all’utile…
E può affrontare la prospettiva dello studio senza aspettare la burocratica età dei 18 anni (la licenza di … sic… maturità) avviando l’apprendimento del proprio futuro e aiutando l’Insegnante o gli insegnanti ad apprendere insieme a loro le vie e gli strumenti, insomma la ricerca di un ruolo sociale somigliante alla persona. Si apre a questo punto la pagina buia dell’Università Italiana.
Il ragazzo di 14 anni, se sarà coltivato da una politica della scuola cui abbiamo accennato, avrà il “diritto” di trovarsi difronte ad una scelta non tecnica, non funzionale, non direzionale, non cieca. Insomma, il diritto di cercare orientamento in una Università che non c’è. Trova invece una Università che lo costringe ad abbandonare la Conoscenza, il sapere, la ricerca, la vita e… diventare un tecnico (specialista, esperto, praticante) di qualcosa, radiando da sé tutto ciò che non serve a quel “qualcosa”.
A 15 anni, un ragazzo…
…potrebbe avere il dono di orientarsi verso uno studio multidisciplinare non disgiunto dal saper-fare e tuttavia spalancato alle più sorprendenti dilatazioni del sapere; verso un approfondimento multidisciplinare che permetta l’assunzione precoce di responsabilità politica, sociale, gestionale. Non occorre riferirsi ai grandi esempi di università statunitensi come Santa Cruz, Berkeley, L.A., Seattle, per immaginare facoltà integrate di sapere + saper fare. Possiamo avviarci da subito a progettare nuovi corsi, nuovi orientamenti e perfino nuove lauree, per esempio: Diritto internazionale & Marketing dei consumi, Medicina generale & Linguistica strutturale, Matematiche & Filosofia, Ingegneria civile & Scienza dei materiali, Scienze politiche & Magistero dell’insegnamento, eccetera.
Nel quadro dell’educazione come fondamento della rinascita e della ricostruzione della politica italiana, una speciale progettazione delle nuove facoltà consentirebbe ai giovani di integrare la stagione della loro formazione superiore con l’assunzione di precise responsabilità pubbliche, cioè politiche. Stiamo immaginando una rivoluzione. Sì, stiamo immaginando che i giovani dai 15 ai 24 anni possano sostenere il doppio compito della ricerca (studio) e della politica (amministrazione), affermando così il principio morale che l’età della politica è l’età dello studio. Stiamo parlando della rinascita creativa della nostra nazione, di un nuovo rinascimento del talento. E stiamo prefigurando nientemeno che, in una nuova Italia, la “professione” della politica si interrompa proprio intorno ai 24/25 anni, consentendo al giovane di dedicarsi ai mestieri, alle professioni, alle imprese, agli affari… essendosi qualificato con dieci anni di responsabilità, fortificato da dieci anni di senso della comunità. E dunque diventando sì allora manager, imprenditore, amministratore, costruttore di futuro solidale e non truffaldino.
Salvo poi ritornare alla vita politica intorno all’età di 60/65 anni, età in cui oggi nella nostra dilapidata nazione si liquidano i cittadini pensionandoli, emarginandoli.
Girolamo Melis,
Educare e/a Conservare.
Milano, 1997