venerdì 30 dicembre 2016

ALL'AMICA LOREDANA VALERIO

Chi è la Persona che si prende cura
di chi non risponde?

Stiamo parlando di assistenza, qui, alla frontiera di Vincere. Cioè nella postazione dalla quale abbiamo lanciato la sfida dell'andicap a partire dal Linguaggio. Qui dove abbiamo fatto il primo gesto teatrale abbattendo il doloroso e pesante suono della parola handicap, per proporre... andicUP! Come un salto agli ostacoli della mente e del cuore. E pur da questa ragionata euforia, e proprio da questo fresco bagno nella speranza, ci chiediamo: chi è la Persona che si prende cura di chi non può guarire, né migliorare, né lasciar intravvedere segni di futuro, né visibilmente corrispondere?
E noi, che cosa vogliamo dire quando diciamo ostinatamente che curare l'andicap non significa guarire l'andicap, ma quasi certamente guarire i sani?

(continua a leggere)

Ebbene, vogliamo dire che l'opportunità di trascorrere "la vita" nella casa, nella vita, nella vicinanza di un andìc, è una benedizione. E che la vita stessa, nella sua interezza, ne trae nutrimento, forza, senso. Non c'è sforzo a dirlo, né è così raro verificarlo. Quella energia rinfrescante che viene dalla voglia di vivere di un andìc, dalla sua medesima presenza, la vediamo, la sentiamo e la tocchiamo.
In famiglia e con gli amici se ne parla poco. Si ha forse paura di mostrare un piccolo sorriso di felicità al mondo distratto e indifferente; forse si teme che l'indifferenza si trasformi in qualcosa di peggio.
Ma qui vogliamo parlare dell'Altro. Parliamo cioè della Persona che, in un Istituto, senza legami di Destino e di sangue, senza la vocazione del sacro, senza la cultura dell'oblatività, senza sapere o aver appreso o essersi formato ad alcuna accademia, può vedersi recapitare un esserino appena venuto al mondo, da una famiglia terrorizzata dall'idea stessa di potersene occupare anche per un solo giorno, di guardarlo, di toccarlo.
Dunque un esserino - un figlio, una figlia - che si ha paura di guardare. E Lui o Lei è una Persona, forse giovanissima, cui potrà accadere di vedere quell'esserino diventare ragazzo e poi adulto davanti al suo viso, tra le sue mani, all'interno di un medesimo linguaggio fatto di scambi impensabili nel mondo degli incuranti, degli impauriti, degli avari. Una Persona che di quel corpo negletto sarà tutto l'Universo per dieci, venti, trent'anni. E invecchierà insieme.
Chi è questa Persona? Chi è colui che potrebbe fare un altro lavoro per un altro piccolo stipendio, in un altro paesaggio quotidiano? E' un Infermiere? un Volontario? un Servo o una Serva di Dio? 
Io l'ho incontrato, tra i corpi perduti della "Sacra Famiglia" di Cesano Boscone. E' una Persona che, se vogliamo, possiamo incontrare tutti i giorni e tutte le notti a tutte le ore nelle centinaia di Istituti, accanto alle decine di migliaia di letti.
E' lì. Non riscalda sedie, non gode di rendite di posizione, non sciopera, non va in giro con cartelli, non è raccomandato da nessuno. A sera o all'alba è sfiancato, e se non ce la fa a pregare il suo Dio, gli capita di dare un calcio a qualche spigolo, appoggia la testa sul tavolino dopo una corvée faticosa, sbuffa. Poi ti sorride. E ti racconta storielle. E si guarda allo specchio per controllare se i capelli sono in ordine. E non accetterebbe di guadagnare lo stesso stipendietto (o magari qualcosa di più) in un ufficio qualunque, in altri panorami, né più colorati né più frivoli né più sani.
Se ti capiterà di incontrare questa Persona, chiamala per nome. Perché è una Persona e ha un nome. Si chiama Giuseppe. E ha un cognome. Si chiama Giuseppe De Caro. Ma tu chiamalo signor Giuseppe De Caro, anche se ti sembra un pazzariello, o forse un barbiere brookolino, un azzimato vagheggino, una comparsa dei film felliniani... Uè uè! 
"Mi devo mettere in posa davanti all'obbiettivo? Pronto, ma il mio lato migliore è questo, mi raccomando... 'nu momento... Che c'è? Aspettate che mi devo accendere una sigaretta... E vui, ne vulìte?"...

Poi, improvvisamente si girà di là, perché ha "sentito" che Paola lo chiama. Io non ho sentito niente, lui sì. Guardo "Paola". Ma Paola non si muove. No, non è vero, lui l'ha vista muoversi, chiamarlo. E il pazzariello, cioè il signor Giuseppe De Caro, diventa Gesù Cristo. Ma non perché "ci fa", ma perché il signor De Caro è Gesù Cristo. Ti sembra che io esageri, vero, caro Lettore. E allora guardalo. E guarda Paola. 
Avvicìnati. Guarda il viso di Paola. E avvicinati!!!!! Non ce la fai? Non riesci a guardare quel viso? E allora guarda le mani del signor De Caro che l'accarezzano e ridono e la fanno ridere. Tu continui a non vedere che Paola "ride". Ma loro due lo sentono, anzi ridacchiano, anzi "si parlano", anzi ne sanno una più del diavolo. E Gesù Cristo, gli scappa da ridere anche a lui. Perciò li protegge. E se tu ti avvicinassi proteggerebbe anche te. E se tu te ne accorgessi, sapresti che Gesù Cristo sa raccontare barzellette e può fare anche meglio: per esempio può dare anche a Paola la voglia di raccontare barzellette, sì, di quelle zozze... a giudicare dal signor De Caro che si sta scompisciando dal ridere. Ecco, ti viene un po' di coraggio, vuoi avvicinarti anche tu.

Il signor De Caro ti sorride, ma abbassa la voce e ti mormora: "Ora Paola è stanca, vorrebbe riposare 'nu poco". E le toglie la mano dalla guancia.
Giuseppe De Caro tiene in vita Paola. E Paola tiene in vita Giuseppe De Caro.
In un mondo che non c'è, quest'uomo senza privilegi economici, senza statuto sociale, quest' uomo improduttivo... quest'uomo avrebbe gli Onori di un Monarca, di un Capo di Stato, gli ammiratori e le ammiratrici di una Star.
Nel mondo che c'è, niente per lui è più bello e grande dell'amore delle tante Paola.


Girolamo Melis