domenica 27 novembre 2016

MORTE DELL'UMANITA': L'INFORMAZIONE




La pornografia del dolore.

di Girolamo Melis


Abbiamo un immenso potere. E diciamo che il Potere ce l’ha il tempo, la storia, i fatti. Diciamo che il nostro è un umile lavoro morale: di informare, di raccontare, di descrivere, e soprattutto di non tacere. Diciamo anche che la nostra missione consiste nel tenere correttamente distinti i fatti dalle opinioni.
Cioè, non sappiamo, non vogliamo sapere, sappiamo ma non diciamo, che i “fatti” non esistono più da decenni. Come le guerre. Come le stragi. Come i lenti soprusi. Per esistere devono essere detti, raccontati e descritti da migliaia di Telegiornali, di Giornali, di Radio, di Periodici. Per esempio, non diciamo che – mentre dai notiziari affiorano di tanto in tanto, alcune guerrette – migliaia di guerre e stragi “irrilevanti” accadono, destinate a non finire.

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Una verità la diciamo, non solo tra di noi, ma perfino pubblicamente. “Non fa notizia”. Diciamo “non fa notizia” ogni volta il nostro “giudizio”, la nostra esperienza professionale, ci fanno dire: “questa tal cosa non rende all’economia del Giornale”, dunque non fa “audience”, dunque non porta lettori. E la cosa non esiste.
Dunque, il nostro potere non ha uguali nel mondo in cui viviamo: il potere di far esistere o non far esistere un fatto. E il suo rovescio: il potere di far esistere oltre ogni confine, oltre ogni indifferenza e distrazione, un non-evento, un’inezia di fatto, una chiacchiera “attraente”, che decidiamo di esaltare, altoparlare, ripetere per giorni e mesi, dettagliare autopticamente, per nostra o altrui convenienza.
Tutti? Tutti i mezzi d’informazione e d’influenza esercitano questo potere? Certo che no. Coloro che non lo esercitano non hanno successo, né sostegno. Né futuro.
No, non stiamo descrivendo noi stessi come una categoria del male. Semplicemente questa è diventata la regola. La legge dell’Informazione. La concezione professionale. La scala valoriale e meritocratica che determina la riuscita editoriale, personale, politica.
E non è questo il “male”. Il male è la pornografia degli affetti, dei sentimenti, del dolore, della confessione, del pianto, dello strazio, della vivisezione umana. Il Male è la pornografia televisiva in diretta dall’indicibile.
Il telegiornale – dal quale è interdetta la visione di un culo e perfino il dire la stessa parola “culo”… nella infima normativa di “fascia protetta” – manda una portatrice o un portatore di microfono codificati in “voce commossa”, davanti alla porta di una casa: la porta si schiude e, accompagnato da due donne, esce il viso disfatto di una vecchia. Il microfono le si avvicina e le chiede: “quando l’ha saputo?”. La vecchia balbetta. Il microfono le si avvicina fino a PPP. “Ci può dire?”. La vecchia: “non riesco a parlare…”. E il microfono – sincronizzato, complementare alla telecamera che viaggia dentro quella faccia, dentro il capo appiccicoso di capelli e dolore – esplode quella poveretta con la domanda: “Com’era la sua nipotina?... cos’era per lei?... ci vuol dire…”
Noi abbiamo un immenso potere. Noi esercitiamo il Diritto Costituzionale dell’Informazione. Noi non permettiamo più che uno strazio, uno stupro, un volto sfigurato, un’umiliazione famigliare, un azzeramento affettivo, restino nascosti, segreti, nell’estrema consolazione del silenzio o dell’urlo. Noi – che stiamo formando generazioni di giovani alla parodia del pianto, dell’abbraccio, dell’emozione alla innominabile scuola di “Amici” o simili – noi presentiamo ai nostri Consigli d’Amministrazione i punti di audience guadagnati a colpi di squartamento dell’Umanità. E diciamo con orgoglio professionale: “Noi diamo alla gente ciò che la gente vuole”.