sabato 19 novembre 2016

Girolamo Melis - "COSI' SI NASCE, COSI' SI MUORE"...




(…….)
Il Bambino vede. Che cosa vede? Ci vede?
Entrato nello spazio che gli è dato, non ne ha esperienza. Vede la Luce. Vede le Ombre. Ma vede le Ombre grazie alla Luce, o le Ombre – mostrandosi – gli si parano davanti e offuscano la Luce.
Sappiamo così poco. Cosi “niente”. Eppure ci figuriamo lo sguardo del Bambino come lo sguardo della Luce dell’Ordine dal quale proviene e che lo costituisce.
Ma l’esperienza del Mondo del Tempo e della Storia ci dice che... il Bambino neonato viene alla Luce.
È nato: è venuto alla Luce. Il nascere è un venire alla Luce.
La caverna della provenienza – lo spazio del dimorante andare – contiene tutt’intera la conoscenza della Luce.
Ma la Luce del Mondo – alla quale con la Nascita, il Bambino “viene” – possiamo dire che contenga qualcosa di vagamente somigliante ad una “esperienza della Luce”? Così inondato di “luce”, il Mondo del Tempo e della Storia, può contenere la conoscenza della Luce? Dobbiamo chiedercelo: è mai possibile?
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Per quanto siano fallaci e franose le equazioni della matematica (nostra adulta creatura) e i suoi disinvolti sillogismi, non siamo tentati di rispondere di no?
È mai possibile che il “venire alla luce” del Mondo - grazie alla Nascita – sia un autentico Venire alla Luce, quando abbiamo così dolorosamente intuito che ogni “desiderio di Mondo” altro non è che un ottundimento e un restringimento del Desiderio?
E dunque che cosa possono guardare quei medesimi occhi che – nel vedere – sono stati orientati e diretti verso l’oggetto?
Forse il Bambino neo-nato ha lo sguardo pieno del riconoscere. Forse vede la memoria della mamma, forse la sua mamma gli occupa per intero la scena della Luce.
Forse il riconoscere è preso in immediata tutela dall’esperienza della Cosa.
La scienza medica “vede” l’imperfezione della vista. Misura e determina l’incompletezza del processo formativo dell’apparato.
Il Bambino neonato è matematicamente inadeguato al mondo. Ma la scienza medica che ne sa dello sguardo?
Si è posta la domanda, oltreché in termini di funzione, in termini di struttura?
Perché l’Adulto è così certo che la sola potenza del “vedere-guardare” sia la vista, e che lo sguardo sia un incidente logico, un prodotto dell’esperienza di mondo?
Il Bambino neonato ha certamente lo sguardo della memoria. Il suo sguardo non va in cerca e non è fisso.
L’incontro con la mondità – sì, quel produrre “i ricordi”, parodistica ripetizione, esperienza – è un velare.
Che il Mondo adulto chiama s-velare, nel nome d’una qual messa-a-fuoco del cristallino, dunque della mondana acquisizione di funzione, di perfezione.
Lo sguardo dell’Essere si trasformerebbe dunque nello sguardo – perfezionato – del per-fare, del funzionare.
Il Bambino neonato, progressivamente perfezionato, funziona. “Mondato” della potenza, il suo sguardo diventa mondo-visione. Offuscato, ottuso, intasato di ombre, di oggetti.
Il “bambino” mantiene lo sguardo come struttura. In esso dimora, corpo e spazio, memoria e riconoscimento.
Sapessimo, potessimo non “esperienziare” ma sentire lo sguardo della Casa dell’Essere, il vivente dimorare del “bambino” nella sua memoria, in quell’attimo della Morte!
Ma come possiamo separarci dalla colla dell’esperienza se non nell’abbandono dell’ombra? Se non nella inimmaginabile purificazione dalla coscienza?
Colui che muore è vecchio di mondo.
Giovanissimo d’esperienza o carico, sfibrato di rimpianti o di aspirazioni, logoro o fresco, colui che muore, prima di morire è entrato nell’istante della morte. In quell’istante non accade il rovescio della “formazione”, dell’allevamento ad una qualche cultura, dell’educazione al funzionamento: accade un’indicibile fine.
L’indicibilità mondana della fine non permette, con contempla l’interrogazione sul ritorno. Perciò l’adulto chiede soccorso alle religioni. Alla loro sola ed estrema, possibile e figurabile realtà: la fede.
Cosa ci potrebbe raccontare – sennò – il “bambino”?
Forse ci parlerebbe dell’innocenza, delle mai consumate nozze col mondo, della inconsumata esperienza, del repentino svanire dei ricordi, della rammemorazione.
Questo forse è ciò che possiamo immaginare della struttura dello sguardo. (continua)