sabato 24 settembre 2016

A ELISABETTA PICCIAU - UNA LEZIONE DI 10 ANNI FA ALL'UNIVERSITA' DI IMPERIA

Le Barriere si abbattono, ma chi abbatte “la Barriera dell’Umanità”?

“Una barriera è questa Stanza, questo luogo in cui ci troviamo. Un luogo che fa onore a Imperia, la nuova sede dell’università. Ampio, decoroso, un bel panorama, un’aula ospitale e attrezzata. Noi siamo qui, circondati di quiete. E tutto intorno a noi, barriere. Infatti, all’impegno di tutti voi che avete organizzato le cose al meglio, non corrispondono…gli abitanti di Imperia. Arrivare qui in macchina è un’avventura, pochissimi sanno dare indicazioni stradali, sembra che nessuno sappia che qui c’è una sede universitaria. E’ vero, ci sono manifesti in tutta la città: ma, poi, bisogna prendere la decisione se e come venirci. Qui non ci possono venire i passanti, cioè le persone che sbirciano, che allungano il collo dentro un portone; per il semplice motivo che da qui non passa nessuno, così per caso o per andare da qualche altra parte. Ecco, una barriera è la disattenzione mista all’indifferenza. Noi siamo qui a parlare dell’andicap e sappiamo molte cose: per esempio sappiamo che la persona con un andicap costituisce – di per sé – una barriera per gli altri, cioè per i sani “malati di indifferenza”, i quali non guardano nemmeno quando si trovano un andicappato difronte in ascensore (se riesce ad entrarci). Figuriamoci se questa persona “malata di indifferenza” può venire apposta quassù, al “polo universitario”. Una barriera sono i luoghi “appositi”. Non per la loro specificità di “aule”, “sedi adeguate”, “spazi specifici”: la comodità e la concentrazione sono beni auspicabili. Ma tutta questa “specificità” contiene un rischio incalcolabile, o meglio, ben calcolabile: ci appaga, bonifica i nostri comportamenti, certifica la nostra qualità di persone serie che seriamente pensano progettano fanno. I luoghi “appositi” sono una evidente metafora della “politica”: si materializzano come recinto, dunque come gergo. E “il mondo” sembra essere all’interno di quel recinto, ogni frase e ogni giorno più separato dal “fuori”. Una barriera è il mio Linguaggio, le mie parole, il senso di…non-senso che sembrano esprimere. Perché, in questo luogo e oggi, sono qui convenute Persone capaci di qualcosa, di cura, di organizzazione, di giurisprudenza, di società, di progettazione e di amministrazione. E io, che vi parlo, non solo non “rappresento” alcun saper-fare, ma sembra quasi che me ne vanti. E allora, come non farmi sentire come un intralcio, una perdita di tempo, all’ansioso fluire di domande e di risposte? Insomma, di concretezza, concretezza di proposte e soluzioni? Poiché ci troviamo, qui, dentro un convegno per porsi domande e tentare risposte (e soluzioni?) al cosiddetto “problema” delle barriere. Ed eccomi allora a indicare, a mia volta, la barriera contro la quale io prendo la parola. E’ la barriera della “concretezza”, quella che vi sto indicando come nemica giurata, quasi invincibile. Quella comune e ottusa convinzione, secondo la quale, se ognuno facesse qualcosa di concreto, e progetti concreti, e se “si facessero i fatti”, allora non ci sarebbero più barriere… No, amici miei, Il mondo non vive così, così il mondo s’impània e s’inzacchera e s’incancrenisce giorno dopo giorno nella sua presunzione tecnica. Così l’Umanità ha fatto fuori Dio, la sacralità del Corpo, la pietà. Così, ha soppiantato l’ordine naturale con i concetti. La speranza con il calcolo delle probabilità. E, se proprio la volete sapere tutta, così ha ridicolizzato la sapienza: a colpi di filosofie, di ideologie. Di tecnica si diventa servi. Di pensiero si vive. E il pensiero è umile e generoso. Non si fa mai rappresentare dal Diritto e dalle Contravvenzioni. E nemmeno fa proprio il dilemma della “soluzione”: meglio la prevenzione o la repressione? Niente è “meglio”. Il pensiero è ascolto e visione, è sguardo aperto, è sentire e assaporare. Il pensiero che calcola non è più pensiero, perché si appoggia sul “già-pensato”. La mente è una barriera. Vuole capire e portare a casa un risultato, ficcarlo in un cassetto e chiuderlo a chiave: “ecco, questo è un risultato”. Poi, dopo un’ora, una settimana, un mese, un anno, si scopre che quel risultato era un errore, un dànno. Bisogna rimettere mano al “pensiero”. Dunque al “calcolo”, dunque alla tecnica: ed è così che si prepara un altro errore, un altro dànno. La mente è la nostra barriera più subdola: l’abbiamo staccata dal Corpo, dallo sguardo, dal sudore, dalla paura, dalle sensazioni della pelle, dalle strette della testa, dall’asma. E non ascoltandoci più e non guardando più gli occhi dell’altro, creiamo mostri, tecnicamente perfetti, firmiamo leggi. La barriera sta in ogni specializzazione immotivatamente orgogliosa e presuntuosa. Paolo Strescino (l’organizzatore di questo come di tanti interrogativi posti alla città di Imperia, di cui è un amministratore), invece, è ammirevole, voi lo sostenete - almeno per ora - perché ci credete. Ci credete? Ma a che cosa credete? Che cos’è che vi dà fiducia in lui? Lo vedete bene? Vedete come vive? Non è forse, questo ragazzo che fa politica, un modello di dubbio, di incertezze, di domande aperte? Per esempio, nella sua indescrivibile anomalia politica, Paolo Strescino è un intreccio di barriere per se stesso. La sua vita mi appare come dilaniata, stressata, da un sistema di barriere: il suo rango personale, oserei dire la sua natura, lo mette costantemente allo sbando. Il suo ruolo sociale gli impone disciplina. Il suo politico-sentire lo fa imprudente. La sua scelta “politica” lo fa prudente. La schiocchezza marxista del “linguaggio corrente” suggerirebbe una “sintesi”; la sua dignità gli impone verità. La barriera della menzogna, appunto. Considerare inutili le parole, e utili i fatti. Il mito dei fatti apre tutte le porte agli alibi, cioè alla menzogna: fare o non fare “i fatti” dipende sempre dagli… altri, dalla “società”, dalle “leggi”. E allora è sempre “colpa di qualcuno” se non si riesce ad abbattere le barriere. Ed ecco eretta la grande barriera delle parole. Contro la “maestà irraggiungibile” dei fatti, ecco che il “linguaggio corrente” indica la merda: le parole, dette anche, nel gergo dei farabutti: chiacchiere. E così ci si dimentica che di parole si vive: le parole tengono in piedi, fanno ridere e piangere, fanno sentire che ci sei, urlano, cantano. Però, contrapposte ai fatti, ti dànno l’alibi per…tacere. E con la bocca, tace il cuore. Una barriera sottile e perfida sta nel considerare Barriere Vere gli ostacoli economici, fisici, culturali, legislativi, architettonici etc., e invece nemmeno prende in considerazione il fatto che nessuna barriera è inabbattibile quanto la Barriera delle Barriere: l’Umanità. Amici miei, parliamo dell’Umanità. Togliamoci dal gregge che, ad ogni occasione, la celebra come il Valore Assoluto dell’Uomo, il metro di giudizio del Buono, il tratto distintivo del “nostro” rango rispetto a quello degli esseri “inferiori”, quali gli Animali, le Piante, il Cielo, l’Acqua. No, Amici, l’Umanità è il tratto distintivo della violenza culturale sulla Natura che accomuna; è l’alienazione dall’ordine dell’Universo; è la parola d’ordine che ci ha permesso di anteporre le Leggi alla Giustizia; è la perdita dello “sguardo” sull’Altro, sulla persona che ti sta accanto, sulla creatura naturale; è il trionfo dei concetti sugli affetti. E’ in nome dell’Umanità che tutto avalliamo, tutto giustifichiamo, ogni infamia permettiamo e accettiamo: perché…siamo fatti così… perché… l’Uomo è fatto così… E siccome, ormai, ogni volta e ovunque in Italia si tira fuori la parola “barriera” , s’intende (anche se non si vuole)…barriera architettonica, non possiamo tacere: le barriere architettoniche non esistono. Non sono esse il Nemico. Il Nemico siamo noi, tutti o quasi tutti noi, persone così perbene, così accomodanti con noi stessi da evitare accuratamente di puntare il dito e dire: Sono stato io. E’ stata la mia spaventosa natura. E’ stata la mia colpevole distrazione. Ho ascoltato alcune persone di qualità – architetti di professione – dirlo con chiarezza. “Quali barriere? Se ogni volta che si costruisce qualcosa – qualsiasi cosa – si prevedesse, fin dal protocollo, di progettare rispettosamente, non ci sarebbero più, mai più “barriere architettoniche. Tenerne conto, non costa un euro di più. Invece non ci si pensa mai, MAI. Qualcuno ci pensa alla fine, perché qualcun altro glielo ricorda; e allora si rimedia qualcosa alla bell’e meglio. Ma ormai la casa, la strada, le scale, le stanze, l’ascensore, le altezze, gli scalini… tutto è già stato fatto. E (lo immaginate, no?) a quel punto si fa quel che si può.” Barriera è la Potenza senza il Potere. La grande energia, la forza del desiderio, la freschezza dello scambio, la lucidità del pensiero, la libertà delle visioni, il dono delle connessioni, la passione dell’avventura, il sogno del progetto… tutto questo si scontra e si frantuma contro la povertà del Potere. Ma una Barriera è anche il Potere senza Potenza. Il Potere detenuto ed esercitato per sé e non per il sogno di realtà. Il Potere impermeabile allo sguardo del mondo. Il Potere impotente è una triste e misera barriera alla vita stessa. Barriera è abbracciare invece di carezzare. Nel mondo post-moderno, l’abbraccio è la messa in scena di un teatro in maschera, di una indifferenza del corpo, la simulazione di un’intesa, il tradimento della sessualità. Si abbbraccia chiunque, ovunque e comunque. Ogni abbraccio è un allontanamento. Ogni carezza è una barriera abbattuta. Barriera è la parola “problema”. Una barriera si abbatte ogni volta che non si usa la parola “problema”: sia dentro di sé sia nel discorso con gli altri… Un giovane chirurgo prodigioso, Paolo Anibaldi, dice che ogni volta sente la parola “problema” gli viene voglia di menare le mani. Sì, anche e soprattutto quando viene detta dalle persone costrette sulla sedia a rotelle. Paolo Anibaldi è il primo (forse l’unico) chirurgo, e oncologo, italiano ad essere paraplegico. E’ anche sindaco del suo paese. Fermarsi difronte ad una “barriera architettonica”, dice, è, di fatto, come erigerla e consolidarla. “Se sono diventato un bravo chirurgo io, avanti! Prova a dire che tu non riesci a cavartela!” Barriera è l’associazionismo. Non l’ “Associazione” in sé, ma la cultura dell’associazionismo come specializzazione dell’isolamento. Nonostante i tanti e grandi meriti delle tante persone che vi operano, sembra proprio che l’associazionismo conduca fino alla soglia della Barriera ma non la… voglia o possa mai superare, quasi a “proteggere” se stesso, il proprio Statuto, la propria posizione. Anche difronte alle “altre” Associazione, agli altri pretendenti, quasi fossero “concorrenti”. Barriera è dire alla TV che “siamo tutti uguali”. Anzi, compiacersi di quanto una persona con andicap sia ancora più uguale. Anzi, meglio! Barriera tremendamente ipocrita e autoassolutoria eretta dalle star televisive che se ne indorano e fregiano. Barriera tremenda è la bruttezza. Ci avete mai pensato? Dove guardano i tuoi occhi? Perché si girano di là? Hai voglia a togliere le merdose automobili dai marciapiedi. Una creatura che è brutta, inguardabile, a quale legge si appellerà? Quale Associazione? Quale Partito Politico? Quale solidarietà? E’ vero, molti di noi si sentono “brutti”, eppure veniamo guardati. Intorno a noi non si erigono barriere. Ci sono ragazze clamorose, ammirate da tutti, eppure si sentono “brutte”. E d’altra parte ci sono certe “ceffe” ricostruite e abbronzate che si sentono strafighe. E come loro, ci sono tanti “ceffi”, Giudici e Politici e Manager permanentati e ondulati e “armaneggiati” che si sentono dèi. Forse lo sanno: la loro “bruttezza” è autentica, e urla. Ma intorno a loro non si erigono barriere. Ma per i “brutti nel corpo, nei tratti del volto, nelle deformità”, la barriera è sentirsi non guardabili, non guardati. I brutti non solo non fanno sesso ma non trovano lavoro, non trovano casa. Che fai, allora? Quali “fatti” proponi per abbattere quella barriera? Barriera è chiedere a bassa voce, rivendicare, lamentarsi. Ma non s’è mai abbattuta una sola barriera supplicando. Una barriera si abbatte gridando. Perciò una barriera è cercare il gradimento. Ma si può ottenere il “gradimento”, cercandolo? Una barriera si abbatte facendo paura. Le Barriere si abbattono non smettendo mai di contarsi e manifestarsi numericamente. Come Popolo ma anche come Massa. Massa d’urto. Solo così si passa da “persone sfortunate da aiutare” a “elettori da soddisfare". Potenza contro Potere? Potere contro Potere. Una Barriera si abbatte facendo “gesti spettacolari” imbarazzanti. Esempio: storia vera di “Gesto Spettacolare Imbarazzante”: Un’Associazione svedese di “disabili” si trovò in TV per ricevere in diretta un Assegno dalla Principessa Vittoria, risultato di una importante raccolta benefica. Il giovane rappresentante dell’Associazione si presentò, serio e sorridente. Con brevi e rispettose parole ringraziò. Poi s’infilò una mano in tasca ed estrasse una busta contenente un altro Assegno, verosimilmente di importo minore. Ne fece dono alla Principessa, le disse che era il frutto di una raccolta fatta tra gli associati “disabili” proprio per Sua Altezza, per contribuire a rendere un po’ più facile e più comoda anche la sua vita… La Barriera del Linguaggio sembra secondaria, dunque poco rilevante; e al tempo stesso così gigantesca, dunque da aggirare senza affrontarla. Ma siccome l’andicap genera una separazione da tutti (cioè, come sappiamo bene, sia dai “sani” sia dai “malati”), la questione che si pone è quella della Comunicazione. E dunque non possiamo e non dobbiamo schivarla: “poco rilevante” o “troppo grande”, ecco due trappole, esse sì da schivare. La persona con handicap è malata? La sua malattia è curabile e guaribile? Il cieco è curabile e guaribile? E l’autistico? E il down? E il para-tetraplegico? E le persone affette da sindromi “statisticamente irrilevanti”? E quelle affette da handicap degenerativi? Sono curabili e guaribili? Nel Linguaggio, dove sono situate? Si chiede “come stai?” ad un sordo? E perché non glielo si chiede? Se non si chiede “come stai?” ad una persona di cui si conosce una patologia definibile con la parola handicap, significa che non ci può essere una risposta? Eppure si chiede “come stai?” ad un malato di cancro ai polmoni, ad un infartuato grave, ad un sieropositivo accertato, ad un cirrotico. E perché si chiede “come stai?” ad un incidentato per frattura tibia-perone, ma non si chiede “come stai?” ad un paraplegico per lesione spinale? E perché si chiede “come stai?”, anche tutte le mattine, ad un collega di lavoro visibilmente sano e non ad un collega di lavoro spastico o epilettico? Il Linguaggio situa dunque l’handicap come una non-malattia: poiché – questa è l’evidenza del mondo contemporaneo – la malattia è, deve essere, curabile & guaribile! Non è forse vero che è oggi interdetto usare l’espressione “malattia incurabile”? Non è forse vero che i grandi medici e i cosiddetti scienziati si ribellano al codice dell’Informazione che definisce “incurabile” il cancro? Dunque implicitamente affermando che non vi sono limiti alla “scienza” e in particolare alle “tecnologie mediche”? Ripetiamo: che cos’è un para-tetraplegico, un cieco, un autistico, un “brutto”, un “povero”, un “pazzo”, se non è un malato? Se non è guaribile e non è malato, è dunque un sano? No, non è un sano. E allora, se non è niente, che cos’è? Ecco: se non è niente, non c’è altra definizione possibile: E’ NIENTE. Niente Corpo, niente Intelletto, niente Ruolo, niente Funzione, niente Seduzione, niente Produzione… Niente Cura? Be’ no: il Linguaggio dell’andicap prevede la Cura, per il “mantenimento”, per la “gestione”, per l’ “assistenza”, per il “ricovero”, per garantirne lo statuto di peso famigliare e sociale. Ciò che non è previsto è la Guarigione. Dunque, ciò che non è previsto è il riconoscimento di Persona. Ciò che non è previsto è lo “scambio affettivo”. Ciò che non è previsto è lo “scambio sociale”. Ciò che non è previsto è l’Esistenza. La barriera del Linguaggio non è pesabile né valutabile come piccola o come grande. E’ semplicemente incommensurabile: infatti costituisce il Linguaggio stesso. E, svolgendosi nei tempi e nei modi del Linguaggio, genera continuamente barriere. Abbiamo tante volte detto della grottesca barriera della stessa nominazione di “handicap”, che abbiamo cercato di modificare illusoriamente in andicap e perfino in “andicUp!” Ma che possiamo fare per abbattere la barriera dell’eufemismo, allorché conia – per esempio - il sostantivo astratto “disabilità” e il sostantivo concreto “Disabile”? E che possiamo fare se, alla prova dei fatti, milioni di “Disabili” assunti e impiegati in vari e diversissimi Lavori, si rivelano non soltanto “Abili” ma, in una enorme parte dei casi…”più Abili” dei “normali” normalmente accreditati di abilità? Non è questa mostruosa barriera la prova più evidente che le barriere non sono costituite dagli scalini o dai marciapiedi ma dalla “cultura umana” dell’Umanità? E non è forse la barriera dell’Umanità a pensare e scrivere le Leggi che “obbligano” le Aziende ad assumere “un certo numero” di Disabili? Non è forse la barriera dell’Umanità ad abbattere la soggettività della persona-con-andicap, impedendole di stare nel mercato del Lavoro e confinandola nel mercato della Solidarietà?! E non è forse la barriera dell’Umanità a sancire così il non-diritto- al-Lavoro, dunque il non-diritto di contribuente, dunque il non-diritto di cittadino di una persona-con-andicap? E via via, dalla “solidarietà” all’eufemismo, alla benda. Benda, non cerotto. Perché almeno un “cerotto” potrebbe essere inscritto in un progetto di cura per la guarigione. Benda non prevede cura. La benda “nasconde la ferita”: protegge il sano dall’inguardabile. L’eufemismo erige barriere sottili quanto schifose. In altri nostri testi ci siamo soffermati sulle Parole Bugiarde che il Linguaggio dei Sani spara in faccia e tra le gambe ai non-malati perché non disturbino troppo il paesaggio. E chiede loro approvazione, chiama “dono” quelle barriere. Il corrente Linguaggio dei Sani sostituisce alla definizione “cieco” l’offensivo eufemismo di non-vedente. E alla definizione di “sordo” il burocratico tecnicismo di audio-leso. Umilia la stessa definizione d’onore “vecchio” con l’offensivo eufemismo di anziano. E via via fino alla feroce volontà di sopprimere la parola handicap, non per giocarci con termini di fantasia come andicùp, ma con parole di menzogna e di rimozione quali “disagio”, “problema” e simili. E data come barriera delle barriere, la barriera dell’Umanità e dunque del Linguaggio del Mondo, sembra non più possibile nasconderci che il braccio armato di questa patologia, finora non curata perché non riconosciuta, sia l’ideologia dominante: la Tecnica. Cioè l’organizzazione del mondo con gli strumenti “creati” dagli Uomini a danno dell’ordine naturale. E la sostituzione della cultura naturale mediante la cultura concettuale. E dunque la codifica del “Bene” e del “Male” mediante una Scala di Valori (quelli dell’Umanità) che ha soppresso forse per sempre l’Ordine del Creato. Tutto il Sistema delle Leggi è dunque diventato un Sistema dei Valori Umani a prescindere dalla Natura delle Creature ordinate nel Tempo e nello Spazio della Vita sul Pianeta. La Tecnica ha scritto la Storia, la Storia ha scritto le Leggi, le Leggi hanno scritto l’Economia. E l’Uomo, che di questo rivolgimento è stato ed è l’Autore, non si è accorto di averne perso il controllo “naturale e soggettivo”, cioè come Persona e come Mondo. Affidando il Sentire alla Giustizia. Affidando la Giustizia alla Legge. Affidando la Legge alla Politica. Affidando la Politica alla Economia. Affidando l’Economia al Delirio dei Valori. Chiudendo dunque in se stesso il bubbone da lui creato, e tagliando ogni nesso naturale con l’Ordine che contiene l’Uomo in quanto essere animato di un sistema naturale. La barriera dell’Umanità perciò esclude il pensiero naturale dell’Altro, cioè del Simile. Concepisce e riconosce l’ex-soggetto come numero e funzione di un sistema economico che ha riscritto e riscrive ogni giorno lo Spazio e il Tempo come metafisica, cioè come concetto e come codice. E stacca il cordone ombelicale che univa il Linguaggio all’Essere. E solo a questo punto – secoli e secoli dopo una tale mutazione-castrazione – si scoprono barriere a danno del simile, per non dire del “fratello” e della “sorella”. E non si vede che il progetto di una città, di una piazza, di una strada, di un marciapiedi, di un immobile, di una scala, di un ascensore, di un appartamento, di un bagno, di un lavello, di un forno, di una finestra, di un televisore, di un film, di una radio, di una maniglia, di un fazzoletto, di un medicinale, di una scatoletta, di una chiave, di un cartello indicatore, di un segno… come altrettante barriere. E tutte, prima d’essere barriere per una…disabilità, sono barriere per la vita dell’Uomo sulla Terra, create dalla barriera dell’Umanità che l’Uomo ha eretto contro il suo Mondo, contro la sua origine, contro il senso stesso del vivere. La barriera diventa allora il concepire nuove Leggi per correggere vecchie Leggi o vecchie e nuove “inosservanze” delle Leggi. La barriera finale è la barriera originale: la perdita dell’ascolto di sé. La perdita di senso del senso del vivere. E la barriera dell’ingenuo – ma non innocente – desiderio di avviare a “rimuovere” le barriere, consiste allora nell’angoscia e nella frenesia del rimandare ad altri, alla comune “buona volontà”, all’agire di concerto, alla “presa di coscienza collettiva”, la decisione e l’energia, insomma il Potere di abbattere le barriere. Nessuna barriera tecnica verrà mai abbattuta se non verrà abbattuta la fonte delle barriere che è dentro ciascuno di noi. Ciascuno di noi, vuol dire io, e poi tu, un altro io…un io per volta. Io. La barriera sono io.”

Testo integrale di una lezione
tenuta dieci anni fa all'Università di Imperia 
da Girolamo Melis