venerdì 22 luglio 2016

Girolamo Melis - "L'ADOLESCENTE" - Romanzo (3)






3. L’Uomo.

Eli si inchiodò in cima alla scala della Metro folgorata da un pensiero.
Se io dicessi alla prof – fu il suo pensiero – quello che ho appena scoperto, che farebbe? Mi metterebbe Due o mi darebbe anche uno schiaffo? Perché io ho scoperto… non ho detto “inventato” ma scoperto sì che a differenza di Dio, che ha dato un ordine al mondo, alla sua Creatura, l’Uomo, dopo aver creato la Tecnica, ne è diventato servitore, schiavo…
Ma allora… sì ma – continuava a pensare immobile Eli – che scoperta ho fatto?! La vera scoperta non sarebbe di pensare che l’Uomo ha creato la Tecnica proprio perché ha ucciso Dio riducendolo a un Tecnico antico, dunque superato, inutile, anzi dannoso, visto l’Uomo deve riparare – con il proprio talento tecnico – alla infinita quantità di errori compiuti da Dio?!?!
Mosse un passo e vide poco distante, sotto un porticato, un mucchio di coperte, cartoni, giornali avvolgere un corpo sdraiato. Un povero barbone aveva casa al riparo sotto il portico elegante dello shopping. I passanti passavano. Eli restò lì senza muoversi. Aveva interrotto il pensare e guardava. Di colpo il barbone schizza fuori.


Eretto. La sua faccia svetta come una maschera di guerra e di anatema sul cumulo di stracci e detriti. Lanciafiamme che gela il braccio d’un giovane benvestito nell’atto di chinarsi per posare chissà qualche moneta al suolo. La ragazza che gli sta accanto lo trattiene, sembra volerlo proteggere, lo trae a sé.
La maschera lanciafiamme grida:
“Non ti provare, sai?! Non ti provare!”
ora i due giovani sono abbracciati, immobili. Altri passanti si fermano.
Eli ha seguito la scena, paralizzata ma curiosa, attratta, attenta dal corpo allo sguardo. Sente che lo strano Essere sta per farle un dono… insomma sa che un qualche destino l’ha portata lì.
Il Barbone ride: prima con la bocca spalancata poi con un ghigno.
“Il Poeta ha detto: Siete all’Inferno e vi credete in paradiso! Il mondo ha ammazzato il Poeta e l’ha reso vivo per sempre. Il Poeta ha abbandonato il mondo nelle piaghe, nel tanfo della morte che il mondo, che voi chiamate vita! Il mondo siete voi e non mi avrete. Non ho bisogno di voi. Voi avete bisogno di me e pigliate per il culo e strozzate i vostri giorni e i vostri figli celebrando la vita. La vita non è il cesto putrido di monete nel quale credete di vivere e credete di nutrirvi… e che mi lanciate o nella cui mancanza vi disperate. Via! Via da qui! No, voglio dire: State! State qui! Qui o altrove, ovunque, in ogni nessun-dove che chiamate casa, io non potrò salvarvi. E Dio lo sa, che solo io potrei salvarvi. Ma non posso farlo e non lo farò. Perché se lo facessi, accettando i vostri penosi schizzi di merda che chiamate monete, voi direste alla vostra misera anima e alla vostra misera famiglia e alla vostra misera Società… che… ascoltatemi, miserabili!!! … voi direste di avere salvato me!”.
Tutti intorno, seppure a distanza, erano immobili. L’Essere si chinò, raccattò tutto se stesso, dalle coperte ai giornali ai cartoni, se lo strinse al petto facendosene arma e corazza, tagliò in due la piccola folla e se ne andò lentamente e deciso verso il suo destino stradale.