mercoledì 20 luglio 2016

Girolamo Melis - L'ADOLESCENTE - Romanzo (2)

2. Il foglio.

Il suo fratellino l’aspettava sulla porta di casa. Già ce l’aveva con tutta la famiglia perché pochi giorni prima, all’età di 8 anni, qualcuno gli aveva detto che non aveva un vero nome, ma quei due gli avevano affibbiato il nome di un Vocabolario, e perfino francese: Petit Robert. Chissà che cosa volevano dimostrare, quei due?!
Ma ora ce l’aveva con Eli, che era scappata senza avvertirlo, ed era la prima volta che lo faceva.
“Dove czz….”
“T’ho detto che non devi parlare così!”, lo interruppe Eli.
“Sì ma dove quella roba lì sei andata senza dirmelo?!”
Certo, non poteva mica spiegargli la questione della Natura e del Potere, e lo calmò dicendogli che era corsa via perché doveva chiedere urgentemente una cosa a StrangeMan.
Però Eli non poteva tenersi dentro quell’esplosione di mondo. Ma con chi parlare? Quei truzzi dei suoi compagni figuriamoci cosa gliene importava. È vero, Riugo l’avrebbe ascoltata ma non per interesse, è che gli interessava lei. No, Eli doveva parlare con qualcuno, ascoltare qualcuno. Salì però sulla Metro verso la casa di Riugo. C’era molto posto a sedere. Sedette vicino a un libro abbandonato. Lo prese, fece per sfogliarlo e ne cadde un pezzetto di carta. Era scritto a mano:

“A tutti gli Adolescenti, a te Adolescente. Prega Dio, il tuo Dio. Chiedigli di pregare per i tuoi Adulti, e specialmente per i tuoi Genitori. Ma non chiedergli di perdonarli. Chiedigli di indurli a chiudersi nel silenzio del viso, dei gesti, dell’anima. Chiedigli di pregare per loro, per il male che ti fanno e per la ferocia con la quale ti costringono a credere che lo fanno per il tuo bene. Forza!”
Eli fu stravolta. Guardò il retro. Era bianco. Prese in mano il libro senza guardare il titolo, niente. Fece per rimettere il foglietto tra le pagine, ma lo posò sul sedile. Piegò in due il foglietto e lo tenne stretto in mano. Scese alla prima fermata. Non aveva più senso andare a casa di Riugo.
Eli pensò che forse questo era il momento di stare in casa sua. Ma non quella dei suoi genitori e del fratellino: “Casa mia – pensò – è stare con me, parlare con me. Ascoltare me. Sentire me”.
E si incamminò.