mercoledì 29 giugno 2016

LA SESSUALITA' DEL BAMBINO - IL LAGHETTO DELLA MADRE

La sessualità del Bambino.

OGNI BAMBINO PORTA IN DONO AL MONDO LA SUA SESSUALITA’: CHI SEI TU PER NEGARLA?
Memoria del mondo naturale, libera dai concetti del tempo e della storia, la sessualità accoglie il bambino prima ancora della sua nascita e lo accompagna tutta la vita, quale che sia la “storia” della sua vita.

Il giornale "Vincere!" aveva messo in luce fin dal primo numero il discorso della sessualità. Ci siamo posti davanti alle persone e abbiamo evitato la tentazione di considerarle “categorie” o “patologie”.
Quali persone? Quelle delle nostre esperienze affettive: i vecchi amici, gli incontri sfiorati, le più assidue frequentazioni, i figli, i compagni di gioco o di scuola dei figli, e i nuovi e nuovissimi amici, quelli che ci sono venuti incontro dallo scivolo della redazione di via Marina a Milano, quelli che siamo andati a trovare nelle case e soprattutto nelle case-famiglia, negli istituti. Tutte persone con nome e cognome, e con fisionomie ormai famigliari, con attitudini timorose, con maschere pudìche o con deflagranti personalità. Tutte persone con un linguaggio. E spesso senza “parole”.

Ma noi non sappiamo come si fa a trasformare un percorso di fiducia e di confidenza in un Discorso della Sessualità, in uno spalancamento dell’essere nell’esserci della sessualità. Non lo sappiamo e non ci fidiamo di nessuno strumento tecnico-professionale del linguaggio. Non ci fidiamo dell’analisi, delle forme metodologiche associate all’arbitrarietà e alle fallaci taumaturgie della cura. Non ce ne fidiamo filosoficamente e non ce ne fidiamo per la vergogna di apparire specialisti.

Abbiamo cercato dunque più dentro noi stessi che dentro una casistica. E, dentro il nostro corpo, cerchiamo di riconoscere i segni, le pulsioni, i vuoti, i furori, il sentire delle diverse età della nostra vita. Abbiamo imparato a fare la bella fatica di interrogare noi stessi per ascoltare il nostro corpo e, soprattutto, per tentar di svelare (togliere veli, corazze, sedimenti, intellettualità e concetti) il nostro desiderio autentico.
Perciò fidiamoci del nostro sentire, se vogliamo ascoltare la sessualità dei bambini, degli adolescenti e degli adulti la cui “sessualità” - non essendo mai taciturna – è sistematicamente, quotidianamente e istantaneamente tacitata come “cosa dell’altro mondo”.

La sessualità non s’impara, cioè non è un dato, un “oggetto storico”. Non se ne ha esperienza, cioè non si ha la nozione di un prima e di un poi, di un senza e di un con. E ancora, non è un’acquisizione della mente né, dunque, una nozione che la mente, come acquisisce, può perdere; come “fa nascere”, vede morire.

La sessualità non determina la funzione e la pratica degli organi sessuali, né da essi viene determinata.

E’ connaturata al corpo, alla sua integrità che – con una formula usata da alcuni psicoanalisti – potremmo definire “pre-genitale”.

E se il “venire al mondo” la rende riconoscibile nell’esperienza che il bambino fa del suo stesso corpo, è un fatto che essa è fondata nel corpo della madre, acqua generatrice.


La sessualità è la memoria non distratta né disturbata dai “ricordi”. Non una tabula rasa ma, al contrario, il nucleo inalienabile dell’essere destinato al mondo.

Ecco, parleremo di questa identità inalienabile
sessualità-memoria libera dalla storia, dal tempo, dai ricordi, eppure perennemente rammemorata dal “luogo felice” del corpo che neanche la dolorosa “venuta nel mondo” può dis-memorare ma anzi fonda nella sua triplice natura di simbolo significato e senso.

L’acqua
Nel lago della madre, il piccolissimo corpo sente se stesso. Non ne conserverà “ricordi”, ma quell’esserne costituito ne sarà la sua Memoria incancellabile.

Lì, prima di nascere un progetto storico di “vita”, un progetto temporale di “appartenenza umana”, si forma l’ordine e il senso del progetto dei progetti: il progetto naturale, la sua sacralità, il suo mistero.
Mai più, dopo di allora, l’essere e l’esserci saranno così prossimi. Questa “prossimità” possiamo forse immaginarla come una sorta di perfezione del senso della vita. Potremmo anche immaginare che questa “idea di perfezione” sia così vicina alla “perfezione dell’ordine naturale” proprio perché non viene “appresa” storicamente, ma vissuta dal corpo integro, dal corpo d’amore che si attua “nel laghetto della madre” come unità tra madre e figlio.
Il laghetto della madre, luogo dell’esserci, polla della genitalità, alleva e coltiva l’incontro dei sensi con la percezione della sessualità. Della sessualità come desiderio, come pieno e come vuoto, come caldo e come fresco, come raddoppio e come mancanza, come pulsione e come passività.
Tutto il corpo comunica con tutto il corpo. Il corpo genera il corpo da cui è generato. Tutto il sentire e tutto il sapere scambiano la sessualità dell’origine.
Nell’acqua è la terra, corpo del riscaldare e del rinfrescare, dell’abbracciare e dello sfiorare, del contenere e dell’isolare, del trattenere e dell’espellere, del radicare e dell’aerare, del ponderare e del galleggiare. Tutto è là. Tutto è qui. Il sesso della madre e il sesso della femmina, il sesso del fallo e il sesso della potestà. Il femminile scambia col maschile. La creazione è la memoria del sacro. Il sacro s’incarna nella sessualità e non se ne può separare se non nella morte.


Il nutrimento
Nessuno sepàri…

Gli uomini e le donne dominati dal tempo e dalla storia hanno sempre provato a staccare, a separare. Ad esercitare il delirio dell’umanità: la concettualità.
Ma il bambino non si separa dalla madre come la madre non si separa dal bambino: sono e saranno sempre “un corpo” appeso, pendente-dipendente, attraverso la mammella. Il sogno della cosa-terra. Mater genitrix, mater Dei genitrix, mater vitae genitrix, madre genitrice del Corpo, madre fecondatrice del mondo mediante la sua creatura.
Eppure l’uomo ha tentato di separare la genitalità dalla generatività, di distinguere il seme dall’inseminazione, l’inseminazione dal frutto, il frutto dal raccolto. Ci sono voluti millenni di “pensiero storico” per svelare-rivelare la totalità dell’Eros, la sua coincidenza con la vita, tutta la vita. L’Eros che è corpo.

Non è forse detto dalla saggezza popolare, luogo comune del mondo (e non solo dei semplici), che la donna fecondata si installa nella gravidanza sostituendo contestualmente il pene dell’uomo, dello sposo? Non una negazione ma una fervida, intensa, totale sostituzione dell’altro con il pene introiettato: la donna torna femmina (per qualche istante? Per sempre? O magari perché come “Donna” è negata dalla sua medesima natura?!) nel possesso della sua parte amata – l’autentico sé? – dalla quale il mondo l’aveva separata. L’eros si compie in essa, coincide col suo desiderio, ogni “voglia” è oscurata, il destino parla attraverso la pienezza desiderante del corpo.
Così si perpetua l’Eros della femmina fecondata-fecondatrice, nutrita-nutrice.

Così il bambino non conosce altro che la sessualità vissuta-elargita dalla madre. Così non gli è dato di scordare chi è.


Il riconoscimento

Il bambino non può scordare chi è. Il bambino non ha sapere oggettivo – corporeo – d’altro che del suo medesimo corpo d’amore. Conosce la vita e la vita lo riconosce come parte del suo medesimo corpo. Il corpo della vita è il corpo della madre, il “laghetto” dell’integrità-identità della vita con l’eros. Della consustanzialità.
Perciò il bambino, prima di entrare nel mondo mediante la tragedia della separazione (abbandono) è già “tutto”, memoria del tutto. Indistruttibile metonìmia dell’universo. L’eros lo tiene in gioco, come l’ordine naturale tiene in gioco il bocciòlo del fiore, la pietruzza sbrecciata dalla roccia.
Il bambino, quando entra nel mondo, è nella totalità del suo essere “che è” nel progetto naturale. Tutto natura, tutta sensorialità. Neonato? Rinato? Mondanizzato?

Cos’è quel momento in cui l’ingresso nel tempo storico non lo fa riconoscere dagli adulti come somigliante all’esperienza di sé, come continuazione del progetto di “genitalità”, “famigliarità”, “società”?
Il bambino “riconosciuto” in una imperfezione, viene in-validato, inesorabilmente dis-creditato come Ente. Disconosciuto come elemento della “molecola virtuosa” che designa diacronicamente (nella continuità storico-temporale) e sincronicamente (nell’appartenenza sociale) la famiglia d’origine.

La famiglia lo dissocia, anche se non se ne dissocia. Cioè, pur dedicando al “neonato imperfetto” le cure dell’attenzione e dell’affetto parentale, ne sancisce l’estraneità. Ecco: estraneità è l’autentica percezione (e dunque “sanzione”) della diversità. Quindi, non diversità in alcunché (i tratti somatici, i caratteri d’espressione, i comportamenti), bensì in-appartenenza all’ordine storico-culturale che lega indissolubilmente la molecola famigliare all’ordine sociale.
Una tale estraneità ha il suo centro – diciamo il suo focus – nella negazione della intrinseca sessualità del “neonato” nella sua carriera di “bambino”, poi di “ragazzo”. Ogni richiamo, non solo della ragion- ragionevole ma pur anche dei “sensi”; ogni pulsione di “relazione sensoriale-sensuale-sessuale”, è respinta da sé (madre, padre, parentela) come immonda (non appartenente al mondo della normalità, al mondo storico).

Eppur negata dalla paura della famiglia e dalle convenzioni sociali, la sessualità del bambino “imperfetto” vive, è la vita stessa e chiede, anche tacendo, il riconoscimento, lo scambio.

L’Eros non si arresta, non smette di fluire, di inondare, di parlare. Il suo Discorso CONTINUA A CAREZZARE la mamma, le persone vicine, non seleziona e non nega in funzione di codici sociali. Non è riscrivibile dal tempo e dalla storia: è l’essere stesso. Libero dalle condizioni di pre-natalità e neo-natalità. Non si estrania nemmeno se viene dolorosamente estraniato. Non lo esalta la salute e non lo reprime la malattia.

L’Eros non sta come Minosse alle porte del mondo: non giudica e avvinghia gli “imperfetti”, lasciando passare soltanto i perfetti. Né aderisce alle cieche regole di un Concorso di Bellezza.
L’Eros è la vita: il suo contrario è Tànatos, la morte.
(A questo punto si annunciava che sarebbero seguite due puntate tematiche: Le pulsioni sessuali - Il sesso.)
E si concludeva così:

La re-integrazione


Se il bambino non si è mai “escluso” dal progetto della vita nel suo medesimo venire al mondo (neo-nascere) come “imperfetto”, ma, pur nel dolore dell’abbandono del corpo d’amore (il laghetto della madre), non ha mai potuto rescindere l’integrità naturale, in quanto vi appartiene indissolubilmente, allora non lui ha bisogno di re-integrarsi.
Vivendo nell’integrità del desiderio della madre. Egli ne vive la totalità sensoriale-sensuale-sessuale. Vi respira e vi galleggia. Al contrario del mondo nel quale è entrato, e dal quale non è stato riconosciuto se non come “non appartenente”. Mai nato? Si può dire? Procediamo a tentoni? Distinguiamo “nascita” da “nascita”? Chiamiamo “integrazione” l’accoglimento amorevole, distinguendolo dall’accoglimento terrorizzato e dall’ accoglimento gelido e dall’
accoglimento pietoso?
Vogliamo allora considerare la verità di queste distinzioni e stabilire uno spartiacque tra bene e male?

Ogni distinzione, e più ancora ogni spartiacque concerne soltanto la “storia della venuta al mondo”.