domenica 24 aprile 2016

L'INDICIBILE FOLLIA DELL'UOMO: CHIAMARE "PENSIERO" IL PENSARE


1.
Tutto è stato pensato. Abitiamo il pensato. Noi stessi siamo il pensato, e del pensato siamo costituiti. Tant’è che pensiamo che il pensare sia la nostra natura.
Eppure c’è qualcosa che non sappiamo pensare, per quanto ci applichiamo da milioni di anni: non sappiamo pensare Dio. Non lo sappiamo pensare a tal punto che non sappiamo se tutto il pensato sia stato Dio a pensarlo. Insomma pensiamo (ma al tempo stesso non ci accorgiamo di chiamare “pensare” il credere) che un’attività così umana come il pensare – con la sua abissale imperfezione – possa essere attribuita alla perfezione che chiamiamo – crediamo – Dio. E ci dibattiamo nell’equazione-disequazione tra il relativo e storico pensare e l’assoluto essere Dio. Eppure pensiamo che l’universo debba necessariamente essere il “risultato” (l’opera) di un pensare assoluto. Un pensare... assoluto?! Ma come possiamo mettere in tale insensata relazione la Cosa che per eccellenza designa una attività, la Cosa che nemmeno sappiamo se appartiene all’Uomo o se dell’Uomo è l’habitat, la casa del tempo e della storia, con Dio?

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Se sapessimo “divertirci”, non andando altrove ma restando nel pensare, ci chiederemmo allora: “Ma Dio, prima di pensare/creare il mondo, che faceva?”
2.
Ecco un pensiero che arriva. Ed è questo: a noi umani il pensare è l’attività che appare la più grande, magnifica, incomparabile ad altre attività, tale che non la accostiamo ad altre “attività”; e nemmeno ce la rappresentiamo come “facoltà”, come attributo. Noi pensiamo (e ancora una volta sbagliamo verbo, non volendo ammettere che... “crediamo”) che il pensare sia il nome della creazione. E perciò lo riferiamo a Dio, che non riusciamo a pensare altro che come Pensiero.
Eppure, da tempo immemorabile, sappiamo – dovremmo sapere – che la parola stessa Pensare, e il suo prodotto “pensiero”, sono concetti pensati, detti, raffigurati dall’uomo, non da Dio. Parole umane, sì, dell’uomo pensato da Dio ma uscite dalla bocca dell’uomo e misurate dal Logos. E che il Logos dell’uomo continui ad arrovellarsi nel pensare, è provato anche da quell’aggettivo folle che l’uomo aggiunge a “pensiero” quando vuole prostrarsi a Dio quando dice “pensiero puro”. Parole umane. Forse somiglianti al Dio che crediamo, non di certo alla “natura di Dio”, che osiamo immaginare come materia costitutiva della nostra stessa essenza. Ancora e ancora ingannando noi stessi nell’atto stesso di “prostrarci”. Insomma nel delirio di possedere Dio come creatura del nostro Pensare.
3.
Tutto è stato pensato dal’uomo, nel mondo sensibile. Incluso il pensare il pensiero di Dio. Inclusa la nostra idea di perfezione e imperfezione, la vertiginosa impossibilità di raffigurarci il Dio pensante, e la nostra speculare certezza di esserne misura e materia costitutiva. Ma anche il chiarore della nostra fragilità che ci viene in soccorso, ci stimola, ci bussa alla porta per sussurarci che, verosimilmente, dalla ristretta prigionia del pensare umano, forse non ci è dato immaginarsi il Dio pensante.
E allora può accadere che ci accorgiamo della vera e formidabile proprietà del pensare umano: quella di riuscire a pensare la nostra fallacia, il nostro limite, il ristretto orizzonte di ciò che chiamiamo “assoluto”.
4.
(Avvampato dal fuoco di questa indomabile Cosa, penso fin dalla nascita che il senso stesso della vita stia in questo fuoco, in questo gioco. Anche se mi somiglia di più dire ”sento” invece di “penso”. E perfino percepisco, assaporo, usmo, vedo. Poiché sento che il pensare è troppo impastato della materia del pensiero per poter riuscire a pensare il non-pensato. Forse al pensare occorre una sorgente più libera di quanto non sia la mente, una fonte alimentata e nutrita dall’integra natura del corpo, per potersi allontanare da sé quel tanto o poco che basta a farsi sfiorare dal non-pensato, dal non-ancora pensato, dal non-così pensato, dal non così organizzato-pensato, dal non scompigliato- pensato, dal non così pensabile-pensato. Senza mai dimenticare di pensare (sapere) che tutto è pensato dall’uomo. Che tutto è stato chiamato “pensato”. Meglio ancora: che tutto il pensato è chiamato “il bene del mondo”, incluso il Non-perfetto, incluso il Male, in quanto contenuti, oggetti, realtà del Logos.)
5.
La meraviglia del pensato è la prigione del pensare. La sua tomba. Nella nostra vita quotidiana non ce ne accorgiamo. Come gli uccelli non si accorgono della morte dell’aria. Muoiono e basta.
Il pensare è la nostra aria e la nostra acqua. Imprigionati dentro il pensato, dentro ogni pensato che ci si manifesta come essenza e non come prigione, eleviamo altàri al tempo e alla storia, al grande e al piccolo, al pieno e al vuoto. Rinchiusi negli asfissianti cassetti del capire, intasati e obesi di convincimenti, di certezze, di riuscite, chiamiamo col nome di “risultati” le nostre piccole morti, e “crediamo” vita la somma degli oggetti che costituiscono il Pensiero-pensato-passato.
Talvolta ci càpita – è vero – di pensare che l’aria le acque e la terra siano elementi ammalati, ma non da morirne. Pensiamo che il nostro Pensiero li saprà curare, saprà pensare i modi (curare) di affrontare le malattie, di adeguare i comportamenti. Pensiamo di saper lanciare allarmi e di riconoscerli. Pensiamo di saper creare nuovi ordinamenti. Insomma pensiamo di saper difendere il pensato dal pensato. Come curare l’aria, le acque, la terra dalla morte dell’aria, delle acque, della terra.
Questo noi pensiamo. Ma non sappiamo pensare il non-pensato. Insomma, non sappiamo pensare che il nostro elemento essenziale, il nostro principio e il nostro fondamento è il Pensare.
6.
Per esempio, noi abbiamo imparato un determinato rapporto di senso, di valore, di priorità, tra il capire e il conoscere. Lo abbiamo trasferito ai figli come una eredità. E i figli lo hanno trasferito ai figli, ai figli dei loro figli. Su questo rapporto abbiamo creato la scuola e l’insegnamento. Poi abbiamo gettato un ponte tra lo studio e il lavoro, tra il saper fare e il fare, tra l’adolescenza e l’adultità, tra la vita affettiva e la vita sociale, tra vita e vita, tra prima e poi, tra piccolo e grande, insomma fra tutto e tutto.
Il rapporto è questo: il Conoscere non ha senso se non è Capito. E tutta la Conoscenza viene misurata, stimata, valutata e premiata in quanto diventa Capire. E tutto il Capìto è misurato, stimato, valutato e premiato in quanto si attua, si realizza; in quanto più totalmente e rapidamente diventa funzionale. È nella sua funzionalità che risiede e consiste il suo valore.
In questo rapporto non ha dunque ruolo altra qualità se non il “portare a casa”, il mettere a portafoglio un qualcosa. Non il processo, non l’intuizione, non la percezione, non i nessi cognitivi ma la rapidità della messa a frutto, della redditività del dato ricevuto o trattato dal processo logico e la sua trasformazione in “capìto”.
Ora noi sappiamo (Heidegger vi ha fondato il suo insegnamento) che ogni “Capito!” sigilla niente meno che una irrimediabile interruzione del Conoscere (un tappo messo alla conoscenza, dice il maestro della Svolta): interruzione non tanto per il tempo perduto – dilapidato – nel “voler capire per far funzionare”, ma per la mortifera occlusione del Desiderio, per il blocco forzato (il “tappo”, appunto) del fluire della Conoscenza. Interruzione del felice, fertile, stato dell’infanzia e suo dirottamento (dépistage) dentro i corridoi coatti della funzionìa adulta.
E abbiamo imparato, e continuiamo ad insegnare, una scala di valore certa e indiscutibile: interrompiamo ogni metrica, ogni musica, ogni “romanzo”, ogni mitologia, ogni linguaggio-altro dell’espressione, con parole, frasi, racconti, tagli, commenti, incidenze, catastrophes, costringendo così il desiderio-infantile a “portare a casa” il risultato del comprendere, della spiegazione, della traduzione, dell’analogia, della sinonimìa, dell’antinomia... insomma della funzionalizzazione di quell’ignoto, di quel nuovo, di quell’epifanìa che egli, il bambino desiderante “deve capire”. Per andare avanti.
E se il bambino – nato desiderante – non andrà avanti, resterà indietro, renderà di meno, varrà di meno. Conterà di meno.
7.
Una vecchia figurazione dialettale, diventata Lingua, definisce “duro di comprendonio” un bambino e poi un adulto “rimasto indietro”, che non capisce. In quel “comprendonio” risuona a vuoto... un vuoto, e si raffigura un inappellabile senso di ottusità, stupidità, quell’espressivo “sdeng” con cui la lingua Francese designa un cervello vuoto come una campana. E si arriva presto alla sanzione psicosociale: “disadattamento”. Che a stento si distingue dal giudizio sociale che si dà del Poeta e del Filosofo. Così come di chiunque – duro di comprendonio, poco o per niente pratico – abbia espressione oscura e/o comportamento di astrattezza, studiosità farfelue, sgangherata e inconcludente, insomma quel brancolare nell’ozio o nella réverie per incurabile debito di concretezza.
8.
Il Poeta, dicevamo. Per quale via ci viene da accostare il Poeta all’interrogazione del Pensare e ai vicoli ciechi nei quali abbiamo visto strattonarci le macchinazioni dell’uomo nella sua rivalità con Dio?
Ci siamo a lungo intrattenuti sulla condizione sociale del Poeta nella cosiddetta “società”. L’abbiamo visto abitare – senza casa – nella dimensione dell’andicap. Poeta andicappato dello stare nel mondo, lo abbiamo definito.
(Aperta parentesi) Il Poeta non sa fare niente. Che sia l'unico autentico soggetto improduttivo della società è provato dal fatto che non è nemmeno considerato un Artista. Il quale è sì un altro sbandato ma, anche in vita, bene o male riesce a farsi pagare le cose che fa: quadri, disegni, sculture, statue.
Il Poeta è improduttivo. Niente di quello che fa è accreditabile come merce. Quando decide di fare un libro, il Poeta è costretto a pagarselo da solo o a farselo stampare da un benefattore. Finché qualche critico letterario decide di farne un Poeta edito. Naturalmente senza una vera e propria ragione, se non l'interesse del critico che vuole crearsi un'aura di scopritore, o lo snobismo di un editore che vuole ampliare una sua collana senza spendere troppo. Tanto il critico quanto l'editore sanno bene che non rientreranno mai nelle spese, sia di tempo sia di soldi. Almeno fino alla morte del Poeta, che, in rari casi, giustificherà l'investimento. Ma forse saranno gli eredi dell'editore - se non saranno crepati da secoli - a beneficiarne, quando il Poeta sarà entrato nel paradiso dei Poeti. E quando il Poeta sarà diventato Dante, Hölderlin, Leopardi, Rilke, Majakovskj, Lorca, un altro editore incasserà qualche Euro, un paio di attori reciteranno i suoi versi, qualche essere umano citerà a memoria "Silvia rimembri ancora...", così, a caso. Non sarà merito del Poeta, ma del tempo, dei libri di storia, di kindle... Il Poeta insomma, grazie a Dio, non serve a niente.
9.
Sì, il trionfo del Poeta come senza-fissa-dimora, come homeless, lo vediamo realizzarsi nel rapporto col Pensare.
Handicap o Destino? Abisso o Vertigine?

Girolamo Melis