mercoledì 2 marzo 2016

PERCHE' DA QUATTRO ANNI NON SONO PIU' ANDATO NELLA CASA DI DIO?

Ci andavo tutte le domeniche, ci portavo le persone amiche, ne parlavo, ne scrivevo, volevo che il mondo sapesse la Bellezza, la Grandezza delle Ragazze Italiane. 
Poi un giorno un Capo, un immondo Prete Cattolico, mi fece notare che mi stavo... allargando troppo, che quello era un luogo di dolore e di riservatezza. Non sono più potuto entrare...
Oggi, quattro anni dopo, ho deciso di raccontarvi le Ragazze del Piccolo Cottolengo "Don Orione" di Milano.
Così, come raccontavo allora.

ora leggi, leggi tutto!


Una domenica qualunque. Dovrei dirti “dove”, come insegnano gli addetti ai lavori delle notizie. Ma se ti dico
“Piccolo Cottolengo di Don Orione a Milano” non ti ho detto niente e tu non hai capito una mazza. Vero? Infatti hai capito “Cottolengo” oppure “don Orione”. E, bene che vada, la cosa finisce lì. Invece domenica io ero nel Vulcano, vulcano non di fuoco e magma incandescente e lava e lapilli e boati. Ero nel Vulcano dei semi, alla sorgente della semina di un mondo possibile. Sapevo dov’ero perché mi piace andarci e perché mi piaceva andarci anche questa domenica. Anche se… Sapevo che era una domenica speciale: la Festa di don Orione, anzi – come cercano tutti di aggiornarsi – di San Luigi Orione; e dunque una domenica affollata, una domenica di incontri delle persone di qui con i loro famigliari. Dunque temevo di essere di troppo, d’ingombro, di distrazione. “Amalasuntaaaaaa!!!” Ho provato a urlare. Mi piace molto urlare. Poi ho cercato con lo sguardo nell’immenso piazzale-cortile, finalmente Amalasunta ci ha visti: ha visto me, Luisa e Stefano. Ho cercato di farle uno sgambetto per farle cadere di mano il vassoio con i caffè, o forse erano gelati. Naturalmente la Luna non cade. Eccoci qua, al Piccolo Cottolengo di Don Orione, l’immenso immobile-piramide-villaggio in via Caterina da Forlì, Milano. Non metterti a cercare sulle mappe. La conosci Amalasunta? No? La conoscerai, se vuoi. Ora non la conosci e dunque, se anche tu andassi lì, così, da turista o da inguaribile curioso, vedresti il “Piccolo Cottolengo”, vedresti i ritratti con la bella faccia di don Orione, ma non vedresti il Vulcano. Dio, come faccio ad essere “chiaro” con te? Sai, se cerco di essere “chiaro”, cioè da te comprensibile, è finito tutto. Perché tu, che vivi nel mondo dei Sani, non sei al momento attrezzato per distinguere chiaro da oscuro, centro da periferia, piccolo da grande, salute da malattia. Quindi abbi pazienza e resta nell’ascolto del matto che ti sta parlando. Dunque, domenica, con Luisa e Stefano, sono andato al Piccolo Cottolengo di don Orione in via Caterina da Forlì a Milano, perché Amalasunta mi ha detto: “Tu vieni quando ti pare. Sai, le ragazze di “…….” (nome di reparto) ci saranno tutte, anche quelle che non escono mai, che non si muovono mai. E poi ti aspettano”. Mai vista tanta gente, lì. Perché il Giorno di don Orione è giorno speciale e tutte le famiglie raggiungono le loro “malatine”. E noi, che veniamo sempre di domenica, entriamo nei reparti, nelle stanze, giochiamo e sproloquiamo (io, soprattutto), oggi ci sentiamo un po’ fuori luogo, abbiamo paura di rompere le palle all’intimità degli incontri con i parenti. Ma non appena le ragazze vedono Luisa, la abbracciano, la sfiorano. Stefano non lo conoscono, si fanno le presentazioni. Il primo avvistamento “rumoroso” coinvolge un tavolo al quale siede Star e alcuni suoi parenti. Star non si esprime al massimo, non la sento ma, mentre guardo altrove, sento una voce che dice “l’uomo delle stelle”. La cosa mi riguarda e mi giro. È proprio il tavolo di Star e, mi pare, sua sorella sta ripetendo “l’uomo delle stelle?” con voce dubbiosa. Star allarga le braccia e ci abbracciamo. Infilo la mano in tasca e lancio su di lei e dove càpita càpita le minuscole stelline dorate e rosse… L’intesa è che Star se ne metta una sulla fronte. E lo fa. Poi avvìa a parlare e non si zitta più. Altro tavolo, agitazione e scuotimento di seggiole. Prorompe Janine, la ragazza dell’Ile Maurice e mi si butta addosso, rigorosamente in lingua Francese! Con lei siamo alle manate, intervallate da parole e frasi in veri e/o improbabili argot tra il criollo e il parigino di saint-Ouen a dir poco. “Manate”, dico, ma con attenzione, perché Janine non sta così bene da permettere sfracelli. Mi rimprovera subito perché non m’aveva visto alla merenda al Parco… le ho detto che… il s’agissait de mes oignons…tanto per farla sghignazzare un po’… Di lato, vedo Stefano che sembra rimproverarmi come dire, insomma, che potrei controllarmi almeno un po’… Lo capisco. Vorrei vedere te, Lettore ignaro. Ma non faccio in tempo ad accennargli chi è Star, chi è Janine, chi è… che subito mi piomba tra capo e collo un cazziatone. È Anna, collega di Amalasunta, anche lei educatrice, anche lei infermiera, anche lei cottimista, anche lei addetta al Vulcano, e mi fa: “Non ti ricordi di me!?” Per fortuna c’è Luisa che, interrompendo per un attimo di lasciarsi possedere da tutte tutte tutte le ragazze del reparto “…….”, chiarisce che io mi ricordo eccome. Buona occasione per sederci ad un tavolino, sotto il sole, di sguincio rispetto ai tendoni tensioattivi, a cercare di difenderci dalle slavine di caffè e gelati et n’importe quoi, ma non da…impossibile difenderci dal braccio teso con dito-fioretto di Killerina. Ma stavolta ho deciso che la frego. Killerina è implacabile: delle stelline non le importa una mazza, lei vuole i bottoni, i tuoi bottoni, quel bottone lì, che sta puntando con braccio-sguardo-dito… Pronti. La fisso negli occhi, le punto a favore di spada un mio bottone principale – mica un ricambio – e la sfido. Killerina-sguardo-braccio-dito afferra il bottone e zac. È suo. Mi pare di vedere tutta la sua persona illuminarsi, oh non di possesso ma di trionfo. Intasca il bottone e se ne va. Gli occhi di Amalasunta, Anna, Luisa, Stefano e capannello controllano: sì, era proprio un bottone della giacca. Fantastico! Amalasunta – che non perde mai il controllo da Vicaria di Gesù – non ha un attimo di esitazione, segue Killerina, le passa un braccio intorno alle spalle, si rassicura che stia bene. Esplode la musica. Karaoke? Fate voi. Pedana da ballo. Altoparlanti. Cantante solista più coro dell’armata rosa, a pois, a strisce… Non posso trattenermi: “Ci sono momenti” dico al capannello, “in cui tagliare con un colpo secco le corde vocali di qualcuno non dovrebbe essere un reato…voglio dire, che i Carabinieri non dovrebbero venire a prenderti”. Peccato, sembrava un’oasi di paradiso, ma non c’è anima viva che concordi con me. Succede. Vado a vedere. Vedo Janine – che fino a poche settimane prima non abbandonava la sua cameretta – lanciata (Dio sa come, con tutti i suoi dolori) in ballo sfrenato. La guardo. Mi viene incontro per invitarmi a ballare. Le dico: “Piuttosto m’ammazzo”. Si convince subito e riparte come una cubista. Dopo gliele canterò, sì, proprio lei che quando parla dei suoi parenti lontani li chiama “mes églises” (le mie chiese), e che appena può si ritira a baciare la piccola Madonna nel boschetto…e ora eccola lì scatenata come in una festa pagana della sua terra o, peggio, come in un Disco di Rimini. E vedo la Suora. Amalasunta mi dirà poi che è Suor Francesca. E' stata la Reverendissima Madre, ora pare che sia molto vecchia. A me sembra una quercia che trattiene a stento le fronde, e la super-fotocamera con super-obbiettivo stretta tra le mani. Se non si piange qui, ora, quando cazzo si può piangere?! Qui si parla – quando le ragazze sono state riaccompagnate al reparto “…….”, nelle loro pulitissime stanze amiche – di presente e di futuro. Sulla panchina finalmente ombreggiata si tirano fuori e si registrano parole solide come mattoni. Questo è un posto dove la Parola non è da meno dei Fatti. Perché qui, si sa, la Parola è di Dio e i Fatti sono disattenzioni degli Uomini. Si parla di ciò che va fatto: si parla di Persone e non di categorie; di Giusi, Killerina, Miriam, Marilina e non di “Casi”; di Energie e non di Patologie. Si parla di Politica e di come sottrarre le Persone alla “politica” nel solo modo possibile: facendo dono di Meriti e di Gloria ai Politici, a condizione che non ostacolino e non imbarbariscano a colpi di “Potere” la grandiosa Potenza che luoghi come questo Piccolo Cottolengo possono esprimere, elargire, donare. E una cosa è chiara: che il “mondo dei Sani” ha bisogno di una Amalasunta che se ne prenda cura, persona per persona… Sì, la speranza è una sola: che da questo Vulcano di apparente solitudine, marginalità, povertà, debolezza, possa finalmente e progressivamente partire e sarmentare la forza sacra per guarire il… fuori. Il mondo fuori da qui, che i sani chiamano Libero, contrapponendolo alla schiava dipendenza di Luoghi Chiusi quali loro vedono i “Piccolo Cottolengo” d’Italia e del Mondo. Il mondo di fuori, che è tremendamente ammalato, inzaccherato di indifferenza, di infelicità. E quel che abbiamo visto questa Domenica di malinconica festa: l’abbiamo visto nei visi dei Parenti, dei Famigliari, dei “Buoni Visitatori della Domenica Speciale”, quei visi che, uno per uno, le “ragazze di Amalasunta” cercavano invano di allietare e rincuorare, di coinvolgere nel gioco delle stelline o nelle manate o della commedia o del ballo o delle parolacce o dei baci.
G.M.

IMPORTANTE - Forse avete capito, forse no, che in questo racconto di una giornata, tutti i nomi sono fittizi. Non si possono mica sparare i nomi di persone come fanno i giornali di gossip e le Procure!!! Ma soprattutto avete intuito che Amalasunta non è una figura di fantasia, ma il nome che abbiamo dato ad una ragazza vera, ad una ragazza grande, ad un fiore all’occhiello di Gesù Cristo. Ma il suo nome vero non esiste per sua ferma volontà, e non lo trovate su google né su facebook, perché Lei è il contrario dell’apparenza: è una delle Grandi Donne che fanno più bella l’Italia.