sabato 6 febbraio 2016

LUCE - 45. QUANDO SI FECE BUIO...





45. Quando si fece buio

Quando si fece buio si alzarono e si incamminarono verso le loro case. Appena si ritrovarono sul selciato della via Principale volsero i loro visi al punto dell’incontro e senza dirsi parola si fermarono l’una difronte all’altro.
E quando gli venne da ridere e risero nemmeno allora ci fu bisogno di parole. La Luce parlava per loro e con loro, Ragazzo e Eli.
Eli e Ragazzo si dissero welcome home, e solo così poterono dirigersi verso le loro cosiddette abitazioni.
Solo la Luce poteva seguirli entrambi, cioè essere con loro, essere loro.
Luce seguì Eli nella notte. E tacque.
Eli dovette decidere quale casa. E tornata nel proprio tormento ne scelse una tra quella del padre e quella della madre. Si rinchiuse nella propria cameretta e aprì la Grammatica Greca. Insomma, la Grammatica Greca si lasciò aprire appena sfiorata, la carta sembrò profumare. Tra le due pagine c’era un foglio bianco ripiegato. Lo aprì, prese una matita quasi spuntata e scrisse, con la sua bella scrittura ένα αγόρι…
Chinò la testa, la fronte, il viso sul foglio.
Qualcuno la chiamò dal corridoio. Eli rispose: “No”.
E cominciò a scrivere una lettera al ragazzo, cioè a se stessa. Non sapeva che cosa avrebbe scritto. Non aveva paura. Non era inquieta. Non provava tormento in questo improvviso eppur famigliare espandersi. Avvertì in sé la radura del prato del Ragazzo cosparso di fiori Gialli e seppe che cosparso non voleva dire punteggiato ma illuminato e che i fiori Gialli non erano fiori di un quadro ma spuntavano, si aprivano sbocciavano spalancavano.
Luce ora era entrata nella abitazione del Ragazzo. Quale abitazione? Quale delle innumerevoli abitazioni della sua interminabile adolescenza senza tempo senza storia senza cronaca? Il Ragazzo si guardava intorno. Muoveva ora il corpo ora lo sguardo. Toccava qua e là. Era come se stesse prendendo le misure. Ma il ragazzo non prendeva le misure. Figuriamoci! Non aveva mai preso le misure né pesato le cose. Aveva incontrato il Sapiente, proprio davanti, accanto. E l’aveva visto indicare con la mano destra la sua stessa bocca e la bocca del Ragazzo e trarne, disegnare nell’aria una linea retta come un filo tenuto tra due dita e accompagnato da bocca a bocca… e l’aveva ascoltato pronunciare il nome di quella distanza-vicinanza con queste parole: “Lo spazio sociale del silenzio”. Misura della nostra vita di umani, della nostra dismisura dell’Essere nel mondo. E sapeva, toccava con lo sguardo il vertiginoso smontaggio della macchina concettuale del mondo. E forse proprio in quell’istante aveva inventato l’Altrove, il Mondo-Altrove… il non-luogo della disperanza.
Il Ragazzo sentiva come un solletico, un fiato, un biribìri sulla pelle… sentiva Luce che non lo abbandonava e non lo avrebbe mai più lasciato farneticare un abbandono.
Ragazzo e Eli erano diventati Noi.