sabato 6 febbraio 2016

LUCE - 44. L'INQUIETUDINE DEL GIOVANE CORPO PUDICO...




44. L’inquietudine del giovane corpo pudìco…

L’inquietudine del giovane corpo pudìco sorprende lo sguardo di Ragazzo. Vuole vedere il suo viso di ragazza appena adolescente. Deve vederlo perché il corpo che l’ha catturato si muove come uno sguardo, cerca come una cacciatrice, si trattiene dall’afferrare…
Ragazzo le si avvicina. Il viso è qui davanti e lo sta guardando nell’improvvisa immobilità.
Ragazzo fa ciò che non ha mai fatto, che nemmeno in quest’istante ha pensato di fare. La guarda negli occhi e le dice: “Io mi chiamo ragazzo. Dimmi il tuo nome”.
La fanciulla dice: “Mi chiamo Eli”. Sposta il libro pesante dalla mano destra alla sinistra e le dà la mano, anzi stringe forte la mano di Ragazzo.
“Ti ho vista da lontano. Ti ho vista inquieta. Un po’ cercavi, un po’ era come se non potessi trovare… e ho voluto vedere il tuo viso…”
“Ragazzo – dice Eli – tu allora mi ha vista davvero. Era tanto che non sorridevo…”
E Ragazzo vede davvero il viso di Eli illuminarsi.
Riuscirò, si chiede Ragazzo, a nascondere il mio turbamento? Ma perché dovrei nasconderlo? Io sono turbato perché nessuno può sapere come me quello che sento… e allora? Che faccio? Nascondo a me stesso ciò che sono? E come posso nasconderlo a Eli, se mi sto donando a lei dal momento – forse anche dapprima – che lei si è donata a me?
Eli vede, sente, sa.
“Tu non sei ciò che cerco, ma ti ho trovato e so, e sento, e vedo nel tuo silenzio, che anche tu mi hai trovata…” e gli dà come un pizzicotto sul braccio e gli dice: “…dài, dimmi che è vero?”
Non devono nemmeno dirselo, Eli e Ragazzo, ma si siedono l’una accanto all’altro su un alto scalino proprio difronte ad una vetrina di merci, senza curarsi che forse il padrone della vetrina li caccerà perché nascondono preziose borse ai passanti che vanno e che stanno.
“Che cosa hai visto? Sì, mi hai vista, lo sappiamo, ma… che cosa hai visto? Chi sono?”
“Io non lo so, Eli, forse ho sentito il tuo nome portato dal vento del prato… sai… ho un prato lontano illuminato di fiori Gialli… e il prato che mi porto e mi porta nel mondo e nei mondi… mi ha fatto incontrare la Luce… no… mi ha reso visibile dalla Luce, nella radura senza orizzonte, senza oggetti… Sai, Eli, è come se la Luce ti avesse spalancato al mio sguardo e…”
Eli immobile e luminosa lo ascoltava. Teneva, tratteneva per sé e in sé il suo turbamento. Voleva sentire, voleva assaporare tutto, tutti i sentori, i sapori del prato Giallo. E Ragazzo continuò:
“…Eli, io mica ti voglio avere, sai?! mica ti voglio possedere!!! Io ti sto vivendo.
Eli posò sul lato il librone che teneva ancora con la mano sinistra, avvicinò entrambe le mani a Ragazzo, le alzò verso il suo viso, avvicinò la sua testa dai capelli nerissimi alla fronte del Ragazzo e dolcemente le due fronti si incontrarono. E i loro corpi risero.
Allora finalmente Eli parlò di sé. Chissà? Forse non pensò nemmeno un attimo alla reazione di ragazzo ad ascoltare la sua storia, non temette di apparirgli magari grottesca, un po’ matta. Si erano scelti per scelta di Luce. Eli era entrata nella vita di Ragazzo…
E gli disse del Greco. Gli parlò del Liceo e dei suoi studi ma non dei suoi studi scolastici. No, gli parlò dell’amore, della sconfinata e carnale, musicale e corporale della Lingua Greca, dei suoni della Lingua, delle catastrofi dei versi, dei cori di Euripide, delle frasi costruite di voce più che di parola, di canto più che di racconto… e gli disse tutto il suo dolore. Gli parlò dei ragazzi e delle ragazze, dell’amicizia che la circondava, dei corteggiamenti timorosi e sfacciati, rifiutati e accolti, della corte che sì la lusingava, sì era sincera e spesso perfino vera e amorosa che la sua bellezza, la sua dolcezza, la sua stessa presenza, nella lontananza e nelle vicinanza, la colmava di illusioni…
Ma non di Luce.
Eli disse finalmente a Ragazzo: “Come possono dirmi il loro amore, la loro amicizia, il loro desiderio, il solo sentirmi… se non mi vedono? Se nonvedono il mio amore per i profumi, i suoni, il canto, la metrica, lo stordimento, la sapienza, la carnalirà, il sacro della Lingua Greca?! Della Poesia Greca? Del Pensiero dei Greci?”
Guradò negli occhi Ragazzo. Ragazzo non rideva.
“Sai che nessuno vuole leggere, studiare, godere il Greco con me?!?! Sai che per loro tutti il Greco è una materia di studio per la scuola, per i loro miseri esami… e quando le rare volte sono riuscita a portare a casa mia o su un prato una compagna di classe o un compagno di classe o un ragazzo di una classe superiore, e mi sono messa a cantare-leggere Ifigenia o magari alcuni versi di Alceo… mi pigliavano per pazza?! Sai che ho cercato di mettere perfino degli annunci sulle pagine dei giornali cercando qualcuno che amasse studiare, vivere il Greco con me… mi rispondevano come se fossi una troia che cercava compagnia? Sai che ho cercato compagni d’avventura nei Licei di Taranto e di Aosta, di Siracusa e di Spoleto… e nessuno mi ha mai risposto…”
Pausa. “Sono scema, vero?”
“…Guardami, l’occhio su me volgi, abbracciami…” – disse Ragazzo. “Scusami, ricordo solo queste parole di Ifigenia al Padre, scusami, le so in Italiano…”
Eli si gettò su Ragazzo e lo strinse a se con la forza di un toro, poi gli carezzò il viso.
“Dài, c’è una panchina nel parchetto qui vicino, qui dietro. Tieni tu il libro un momento che… mi devo asciugare il viso.”
E si incamminarono.