domenica 14 febbraio 2016

DICO DI TE


DAL NASCONDIGLIO DEL TEMPO


Dico di te dico d’una periferia smarginata della vita che non m’è orizzonte né memoria consentita
in una mezzerìa accanita tra la vertiginosa fascìna dei giorni secchi e il distillato lento d’impaziente succhiare di paziente guerreggiare tra il corpo e la storia
dico di te come se io fossi un filo di prato e fossi tutto l’universo del prato dalla radice dell’albero all’empia libidinosa vitalba e tutto tutto mi fosse davanti
e tu ne fossi il ruscello destinato a rinfrescarmi
a costo della tua vita
e ti ascolto dire come se tu parlassi a me e ti ascolto fremere e danzare tremante di sole e di vento e d’una linfa senza memoria se non del tutto
presente in te
e chiamo spudoratamente piacere il tuo regalo di sogno
continua


Dovrei dire di me l’abissale silenzio non vago non comprensivo
attaccato com’è alla terra tentato com’è dalla fine
e s’io fossi di te premuroso mi farei terra marcita affinché il tuo piede
calcasse altrove un sasso un guado uno zompo alla riva
com’è potuto come hai potuto come ho potuto accadere guardare rispondere al tuo viso incantato alla tua raggiante malinconia di mondo
e ficcarmi davanti lo spiraglio del tuo orizzonte
da questa fenditura senza luce
e come mi sento nello stallo usurpazione gradino della soggettività come non mi tengo fuori e sto qui ritto invece che curvo piegato a non vedere tutto il vedere tutto l’insensato conoscere e dire
e dirti di sguardi e di svelati visi e di canti
e come nutro coltivo questo me alla tua indicibile bellezza che non volevo
e mi racconto favole di desiderio e d’attesa e d’agguati alla speranza
l’inarrestabile l’indistruttibile
fede nel destino che mi dico amico al fedele mendicante

Dico di te ora nel campo aperto aperta attraverso le nubi all’ atmosfera sfrontata
spalancata del cielo e qui posata alle mie mani come dovuta all’incontro
alla carezza alle parole
e le parole m’appaiono la parola la casa l’abissale ritorno alla culla
il nulla si riempie di stagioni
cesti d’uve gonfiano i tini scompigliano l’ordine dei granai delle mele a maturazione e s’inghirlandano di tralci ciliegie picciòli chiacchieroni
transumanze epocali riempiono megagigabit senza memoria di ricordi
e mi racconto di energie svelate e bruciate e rinverdite di fuoco e di pollini
e tutto succhio e tutto inconsumabile sorride d’estasi infantile
e mi cattura di saggezza di maternità senza dover rispondere al mondo
al poco e al tanto che tu chiami sempre tutto
sapessi morire non sarei qui nelle vesti di vivente ti sfiorerei distante
non toccandoti i capelli né ti permetterei fuggendo
di rinfrescare le crepe della pelle rinverdire gli odori indicare davanti là in fondo
altro che la fine
e invece ti seguo nei giardini ti interrogo sulle svolte delle siepi
sul paesaggio che sta oltre il crinale
voglio sapere di frutti rossi di tetti d’ardesia e ti parlo e ti parlo d’antichi
architetti del mondo e tutto ciò che ignori faccio mio
ti lascio credere che sia un dono per te anche la mano che ti s’aggrappa
e che tu raccogli e ti poni sulla fronte sulla bocca
come si fa con la vita dei cuccioli tu fonte di stupori e di ardori
tu capace di piene impetuose non t’accorgi delle seti
ti parlo allora trascorrendo dal dio agli umani e tutto essendo diventato parola te ne addobbi e decori e bevi e scompigli la testa e sollevi la gonna
e ti fai ora vento ora accaldata arsura
niente t’ubriaca e tutto inebria e tutto dài come fosse un prendere
ti abbandoni e confidi gli amori dolenti gli interstizi del cuore i violenti pensamenti notturni e le dighe e t’accusi e ti schivi e tutta ora diventi il viso
l’inatteso il non scritto da leggi esperienze storie ancestrali
e sommessa ti doni e ti viene da credere in una affabulata felicità
e tutto passa dentro i tuoi occhi anche il bruciante l’adolescente
appena pallido appena sbiadito
richiamo ed eco nelle ultime dilapidate sfumanti concentriche
onde desolate all’ombra dei fumi ormai inodori
e lo sguardo ch’è il tuo come mai apparve d’aromi e turbini petali
mi si posa e mi spossa e mi rincorre nei nascondigli proprio nell’istante
del crollo delle tue dighe e non c’era una sola ragione terrestre
che la storia si rivoltasse in scorpione padre di nascite e danze
il nonsenso m’attizza il gioco giocato e distrattamente spazzato dal tavolo verde
riprende le sue regole m’invade la scrittura nel suo viavai
di pensiero e d’altre superflue ruzze
di coda e di zampa solleva la pallina di carta e s’inarca il mio guscio
torna la lampada sul tavolino di notte lanterna lumière cattura e figura
il tuo viso e lo descrive ai raggi X del sogno
e mentre sei qui il viso si ricompone al muro allo specchio delle strade
e non inganna nella sua distanza incolmabile non svela misteri
luce inondata del suo opposto come le dighe deflagrano alle tue labbra
e il buio riscrive il chiaro e la bocca sorride alla paura
e nessuna storia scritta tramandata strappata all’avarizia del tempo
poteva dire questo me davanti a te e il suo dritto rovescio
benedetto il filo d’erba del caso e lo scuotimento del capo
salgono le formichine benvenute a salutare le lacrime senza temerne il gorgo
e i curiosi non hanno più lingue dialetti silenzi gesti da scambiare alla vista
come siamo diventati e come non eravamo prevedibili
le sillabe a capriccio ma nel loro ordine sonoro ti riprendono in pugno
le lasci affollare sfollare all’uscita verso il sole sai che non si calpestano si riversano anzi in sintassi ridenti sapienti
segrete subito disvelate lalìe traslitterazioni come il gioco della campana
“maria maddalena va’ alla fontana fa la riverenza…”
ora per dissetare ora per rasserenare ora cibo ora attesa

tutto ti ridiventa grammatica e così il ciglio aggrottato nella retorica parodìa e i lenti versi del capo


Girolamo Melis