venerdì 15 gennaio 2016

LUCE - 27. PERCHE' NON ALZI IL CAPO...






27. Perché non alzi il capo...

…perché non alzi il capo dall’antico strumento che sembra possederti, tanto lo accarezzi prima di posare l’ago, l’uncinetto, egli doni tenere tele ordite di toni, colori, scale di rosa e di rosso…? Da quale mondo sei stata scelta e condotta dietro i fiati che attenuano il chiaro mattino? Da quali antenate hai attinto l’arte del cucìto, del ricamo, dell’orlatura, della broderie… tu adolescente serena dai capelli che scendono e lieve discosti… che non divengano biondi bagliori di cristallo?
Sei dietro o fuori dalla vetrina? Sembri seduta al coperto del piccolo arco e tieni le ginocchia en plein air affinché la… Luce ti illumini la grazia.
Ho chiesto il tuo nome. Mi hai guardato appena, poi un’esitazione, poi sei tornata a guardarmi.
“Non dirlo, se non vuoi” ho detto.
“Volevo vederti” hai risposto.
“Sono una contadina, sono qui in città a imparare un mestiere… ma la Signora dice che sono brava e m’ha dato un lavoro. Lo vedi? Lavoro. Tu però si vede che studi…”
“Non t’avevo mai vista.”
“Oggi c’è più Luce qui fuori che dentro. E sono uscita. Ora continuo, però.”
“Hai un viso molto bello, e tornerò a vederti, ma verrò apposta, non come è stato ora, qui, per caso…”
“Sììììì… per caso…! Ho visto come mi guardavi… Non si guarda così… per caso…”
“Allora ti farò vedere come si fa a passare e vederti per caso. Verrò più tardi ma verrò in biciletta… ti vedrò all’improvviso, perderò l’equilibrio e cadrò sul selciato, abbagliato…”
“A dopo, allora. Ma non volevi sapere il mio nome?”
“Lo so già, Luce. Il tuo nome è Luce.”
…..
Non sono andato lontano. Mi sono sentito un po’ truzzo un po’ goffo un po’ Giallo. Ma non Giallo di campo, semmai giallo scaduto e appassito.
Perché m’hai detto “…si vede che studi!”? perché m’hai tenuto lontano? Io che t’ho vista bambina giocare alla campana sul piccolo prato davanti alla cascina, in cima alla collina di vigna e noccioleto… e poi correre a casa ad aiutare la mamma la vita la casa il ritorno del padre…
L’ho detto e lo farò. E vedrai da quali vicinanze infantili vengo e ti somiglio. Ti sembro truzzo, va bene, ma cadrò ai tuoi piedi e ti dirò il mio nome antico come il mondo e lo scambierò col tuo.
E così ho fatto e mi sono schiantato ai suoi piedi e la  bici è scivolata al centro del selciato. E lei ha riso a più non posso e la padrona è uscita curiosa, ha visto la scena:
“Dài Luce, fa’ posto al ragazzo… lo vedi? Ti somiglia… è vero, Ragazzo, che anche tu vieni dalla campagna?”
Allora io, prima di sedermi sul largo scalino sotto l’arco di Luce, ho preso la mano della Padrona, l’ho stretta tra le mie e ho detto: “Grazie!”
Poi sono entrato nello sguardo di Luce e le ho detto:
“Mi chiamo Ragazzo”. E lei: “Io mi chiamo Luce… lo sapevi già”.