mercoledì 13 gennaio 2016

LUCE - 26. LA CHITARRA DI...





26. La chitarra di...

“E ora?” sembra chiedere il selciato. Intuisco perché me lo chiede. Mi ha sentito passare e andar oltre. Poi il mio passo interrotto… il breve tornare indietro… ed eccomi qui davanti alla vetrina. Capisco il selciato. Non sa. Ma Luce ha dolcemente accompagnato il breve volgersi del mio fianco, oh non alla vetrina ma alla grande chitarra che campeggia al centro, chitarra-corpo sull’altare dei nuovi simulacri della musica pagana… e mi ha portato sull’ampio prato in dolce declivo accompagnato dal fitto bosco… alla Casa Splendida che Luce volle ch’io ricevessi per dimora… Suona la campanella del lontano cancello di ferro battuto, vedo dalla finestra spalancata un’amica recente che accompagna una ragazza.
L’amica sta portando la ragazza nella grande casa di Saint Pierre du Pont. La ragazza ha con sé, porta, quasi trascina una chitarra.
Ora è difronte a me sullo scalino di pietra liscia. L’amica è restata appena dietro. Che io possa vedere il viso… o la chitarra? Non so che cosa guardare. Forse perché mi sembra che la ragazza usi la chitarra per nascondersi, proteggersi. Ma è il viso che mi ferisce, il viso che quasi sventra la chitarra posta a scudo. Non ho scampo e non voglio difendermi, la colpa mi assale insieme al dolore. La ragazza sembra ora aver deciso e appoggia la chitarra al suolo, ma forse è la chitarra a non riuscire più a starle tra le braccia. Non so se lo sguardo della ragazza vede il mio viso assalito dal furore: perché non mi avete fatto incontrare prima questo viso di dolore?! Non so se vede la mia impotenza, la mia ira.
Dice il suo nome: “Jojo”.
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Le dico: “Vuoi suonare per me?”
Solleva da terra la chitarra, la stringe al petto con improvvisa naturalezza e intona un canto trobadorico, mi sembra “La complainte de Mandrin”, un canto antico che sembra sorgere dalla sua Terra. Un canto che sa di lei, chissà, della sua illusione di mondo?
Siamo nell’ampio soggiorno quando la ragazza posa la chitarra e resta a capo chino.
La guardo, lei alza la testa, le dico:
“Voglio darti il tuo nome. Posso?”
lei non esita. Dice:
“Sì”.
“Il tuo nome è Dominique. Questo è il tuo nome.”
Dominique fu il suo nome.
L’amica mi fa un piccolo cenno e mi invita a due passi da Dominique. Con la voce che è un soffio, mi dice:
“Dominique è perduta. L’hanno trascinata nel fango, è diventata una cavia dei drogati. Quando l’ho saputo sono corsa da lei, l’ho vista nascere in Auvergne… era troppo tardi. È troppo tardi. Ho pensato a te…”
Torno da Dominique. Lei sta ancora a capo chino. Le dico:
”Questa è casa tua. Voglio dire proprio la tua casa”.
Dominique si abbatte sul basso divano al centro del soggiorno. Sento il respiro del campo erboso che le ampie vetrate illuminano di paesaggio, carezzato dal bosco circostante, il bosco dei mille verdi.
Dominique abita qui, ha la sua grande camera che ora le somiglia. Non ha mai fame. Suona la chitarra e da qualche giorno riempie gli accordi di canzoni dal sound trobadorico che sembra ruzzare e prendersi a pizzichi, a schiaffi, a fughe bizzarre col rock e con l’anima country… Dominique conosce gli accordi, sento la maestria appresa a scuola di musica… ma sento prender fiducia la voce, la voce che ora sembra dfi scuola ora non somiglia a niente…
Dominique mi chiama ad ascoltare. Mi chiede perché non sto con lei. Le rispondo che questa è casa sua. e mi sento dirle: “Tu pensi che io non stia con te ma lo senti, lo vedi il piacere che mi dà ascoltarti e saperti somigliare alle tue note, al tuo canto…?”
E finalmente Dominique mi dice:
“Allora mi hai fatto venire voglia di mangiare. Vewngo a mangiare da te, a… casa tua… vuoi”.
Le prendo con le mie mani il viso sorridente e le do un bacio sui capelli. Lei ride, si mette a tavola e si tuffa su un piatto di aligot che ho fatto per lei…
Dominique non ha più toccato né chiesto né mi sembra desiderato uno dei veleni.
La casa è davvero sua. Quando ricevo visite, di amici o di lavoro, lei mi chiede di non esserci. Io le dico che è lei a decidere. Nessuno capirebbe. Passano i mesi. La neve ha imbiancato il campo e il bosco… chissà come l’avrebbe dipinto Utrillo il paesaggio di Natale?
L’anno nuovo, l’amica mi chiama per dirmi che viene con un vecchio amico, un medico fidato. Io sono fuori per qualche giorno, le cose del lavoro.
Al mio ritorno non vedo la chitarra. La Casa di Dominique è vuota. Non vedo segni. L’amica non risponde. L’amica non si trova.
Un anno è passato. Qualcuno m’informa che il corpo di Jojo è stato trovato per caso ai piedi d’una roccia nel Nepal.

La carezza di Luce mi accompagna lontano dalla chitarra.