martedì 12 gennaio 2016

...E QUESTO SONO IO, QUANDO MI METTO IN GIOCO (CIOE' SEMPRE)



Ancora su un volo d'aereo

Diario di viaggio per lasciare. Ogni volta per lasciare.

La città che perde le sue strade. Altre strade dicono città.
Tutte le mie città ora presenti e strappate.
Ma ora lascio tutti i miei abiti a Milano:
molte vite si chiudono – aperte là.
E mentre straniero mi porta il taxi tra piazze senza distanza
non hanno tempo gli occhi di ricomporre itinerari.
Come la poesia, senza valore erano ormai i deliri –
i riferimenti, senza necessità.
Il dialetto balbuziente – miracolosamente ancora
riconoscibile – mi offende come sempre mi offese
il ricordo degli errori. Abbasso la testa e silenzio
ora come nell’altra città dove mi tengono
altri deliri ora da alimentare. Altri
itinerari del mio vuoto e del mio correre.
Mentre.
continua a leggere


Ora tutto fisicamente tutto rimasto nella prima città.
Tutto dentro lei iniziato – con me – contro tutti –
contro me. Lascio ogni volta i miei assoluti.
Come ora.
Parole/Sillabe/Poi/Fonemi/Segni/Consuetudine/Quante case/Porte/ Chiavi/Telefoni/Ascensori o piccole scale/Cancelli/Portieri d’albergo/Abbracci/Centralino/Abbracci sempre diversi/
Ogni volta/Uguali però/Non ho voglia/Taxi/
Non ho sete/Assetato/
E improvviso, e atteso, l’entusiasmo nuovo.
Il grido che
richiama visi e telefoni e sorrisi e tutti dentro me con
me
mentre
anonimi aeroporti di Zürich in picchiata e Madrid dolce discesa
e Linate gelido e la trinciante partenza da Orly
dove ha nome il ritorno – da Arrecife e lo scalo
provvisorio di Las Palmas – e la speranza paurosa di New York
e di andate e ritorni – mentre
lo scopo non ha un nome né un viso. Ora.
Mentre.
Ora cadono aerei e domande non più fatte.
Cade il pudore umiliato da una paura umana di perdere.
E la paura – questa, così nuova –
di nuovo eccola piena di strade e frecce e parole.
Solo come tutti. Ma come io, solo, lo so. In vendita
come mai prima d’oggi all’aereo
che ti ingoia e ti porta alla terra o dentro
un mare senza avventure.
Non sirene non porte archi sacrileghi, povero
Ulisse nella mia metempsicosi – diseredato
di limiti. Quanta paura hai di giorno,
senza l’adolescente coperta tirata sul capo la notte –
senza i no espliciti degli orchi e degli dei.
Le strade sono fatte d’automobili. Tutto è dentro
poveri numeri di telefono.
Tu
hai visto l’alba e cadevano riti nella cappella
sul letto di quella solitudine – e il tramonto
nel mezzo del tuo giorno vede una donna
– come te come noi – cadere nel tuo letto
o accanto. Il silenzio non è un mare. È una stanza.