domenica 17 gennaio 2016

Da "SI CHIAMANO EMOZIONI. A VOLTE RISPONDONO" - LA TERZA PERSONA










La Terza Persona.



Ero salita su un taxi. Una terza persona aveva detto “viale Argonne”. Era buio e la folla era invisibile. Pioveva già su tutta la piazza Duca d’Aosta. E ora pioveva su tutte le strade. Certe strade erano interrotte dai lavori urbani. Nella totale assenza di folla fino a viale Romagna. Girammo intorno al Piazzale Susa mentre lentamente diminuiva di piovere. Ecco che ora non pioveva più. Ogni tanto gocce entravano dalla fessura del finestrino e mi pungevano. Le due lame tergicristallo continuavano sul vetro già asciutto. Non pioveva più sotto il tergicristallo ed eravamo già in viale Argonne. La mia terza persona non ricordava il numero. Aveva una memoria visiva e disse “la casa è quella”. Mi era sembrata uguale alle altre, identica a tutte le altre del lato destro. La casa era quella. Quando uscimmo dalla casa di viale Argonne la mia terza persona mi accompagnava ancora con un taxi. Mentre era ripreso a piovere ma senza fastidio. Lungo tutta una parete di case e di strade. Forse la folla era riunita altrove. Poi pioveva in corso Monforte e in altre strade di quella parete. Il taxi era guidato assai lentamente sotto la pioggia battente. Anche in via Brera e in via Verdi. E di nuovo in via Pontaccio dove il taxi si fermò proprio dove disse la terza persona. Là in via Pontaccio era il posto dove avrei passato la notte. Rimasi sola in via Pontaccio per una notte ardente e i fulmini si abbattevano sulle pietre della strada, sulle verghe dei tram. I fulmini stritolavano le facciate delle case della parete dove io guardavo. I fulminidistruggevano anche tutto intorno e anche molto distante e la folla era scomparsa già molto prima e io ero abbagliata e mi sentivo coraggiosa e avevo come una parte ingombrata dalla paura per gli altri e per le strade. I fulmini ora scoppiavano come un immenso fragore di fuoco di legna secca su tutte le altre strade. In via san Marco e sui binari della linea Milano-Sud. Interrompevano tutte le linee aeree dell’elettricità. Si abbattevano senza riuscire a fare vittime su tutte le deserte strade di Chelsea e tutto intorno a Kings Road, a Kensington Road, a Thurloe Square, e tutto spaccavano intorno a via della Spiga e all’angolo di via Santo Spirito. I fulmini abbattevano le due corti del villaggio vicino a Mildura e ardevano il prato e lo stradone e la Residenza e la grande casa e la buca che era la dimora dell’implacabile Demonio dei Fagioli. E oltre. Era quella notte ardente e chiara. E quando i fulmini se ne andarono con il ventre vuoto e non ebbero trovato la folla, allora cessò la pioggia e anche le goccioline di pioggia e tutto divenne asciutto. Non rimase il fresco né il chiaro. Ma venne il giorno. E venne a prendermi la mia terza persona. Andammo a piedi in via San Marco e poi i bastioni e la strada sembrava molto lunga. Tutto avveniva fuori ma non c’era la folla. Tutto sulla strada e sopra ogni strada c’era una persona. Anche via Filzi divenne un capo dell’elastico e mano a mano l’altro capo dell’elastico si spostava su altre strade di notte e di giorno, tutte strade senza folla ma con una sola persona che vacillava. Incominciai a perdere lentamente la mia terza persona e fui sola. Cioè tutta intorno a me in tutte le strade spuntò la folla mondiale, sorridente, monotona, vergine, inzaccherata, seduta in assemblea permanente. E non vidi altra persona fuori di me. Incominciai a perdermi e non conobbi più una persona e camminai tutte le strade piene di nomi. Fui sul treno molte volte e anche in auto sulle autostrade, sulle strade del villaggio, sullo stradone, sulle strade di un’altra città, strade come via Matteucci e via Crispi, via Gesù e piazza Colonna e poi ogni volta ero sul treno o in auto in mezzo a una folla senza confini e ogni volta ritornando nella città ardente spostavo il primo capo dell’elastico. Camminavo sempre a piedi e ritornavo per lunghi periodi in viale Argonne e da quel capo in corso Sempione, in via Dante in via Rovello in via Brera in via San Marco in via Melchiorre Gioia in via Cusani in piazza Castello. Mi sedevo in mezzo alla folla inzaccherata dentro la birreria dentro il tram dentro il bus dentro il teatro vuoto durante le prove. Mi sedevo davanti alla folla in corso Monforte in piazza Cavour. Incontravo la folla notte e giorno senza memoria e senza passato. Conoscevo tutte le strade. Mi avviavo a occhi bendati dalla nebbia in viale Palmanova e in corso Sempione e alla stazione degli autobus di piazza Castello. Mi sedevo avanti e indietro sull’autobus per il viale Fulvio Testi. Mi smarrivo in tutte le strade. Ero sempre affaticata e le braccia mi pesavano più delle gambe perché con le braccia portavo infiniti fogli e cartelle e giornali oltre la borsa e da giorno a giorno e da notte a notte le mie braccia si deformavano dal peso che non era peso ma costrizione e fatica. Ritornavo con la stessa spossatezza e con tutta la mia assenza ogni volta dal viale Fulvio Testi e dal viale Palmanova quando non mi smarrivo prima di arrivare in via Civitavecchia. La folla mi premeva perché anche io ero la folla. Magari sorridevo. Poi sorridevo forse in altre strade intorno a via Spontini e via Petrella e ancora in piazza Duca d’Aosta e in piazza Cavour e in corso Sempione e lungo le altre due grandi strade. Era sempre asciutto sulle strade e io stavo sempre bene di salute oppure cadeva sempre quella nebbia ma non mutava mai la folla perché io non potevo più vederla. Sarei sempre stata senza memoria e senza passato. Però ogni volta ricordavo il dolore delle braccia più del dolore delle gambe. Mi capitava sempre più raramente di salire sul treno e sull’autostrada. Poi il dolore al ventre. Questo terzo dolore mi restituì il ricordo. Ma successe molto lentamente e quasi poteva non succedere perché il dolore
al ventre lo negavo e cercavo l’abitudine. Incominciai a subire tutte quelle strade come girandole e a perdere il conto dei nomi e degli itinerari e non mi rimase in mano neanche l’altro capo dell’elastico. Allora il dolore al ventre lo volli. E ogni volta cadevo dentro una di quelle strade e continuavo a sorridere come la folla mondiale che mi premeva da ogni parte e forse il mio sorriso era lo stesso del suo perché la folla mondiale non notava le mie sorridenti e doloranti cadute. Io notavo quella indifferenza e allora mi sentii. Il me ritornò a me e in me e intorno a me. Ricominciò il ricordo e i dolori erano feroci erano insostenibili erano dolori di donna e di cosa e di persona. Ora tutti quei fulmini si abbattevano su di me e prima di cadere su di me li sentivo dentro spaccarmi e gridarmi e io non potercela. E non sentivo niente di ardente ma tutto dolente e tutto cosa e tutto scoppio senza quiete. Tutto il passato si faceva mente e anche il mio sorriso falloutizzato era ricordo e tutti i nomi delle strade non erano più sequenze né girandole ma spasimo. Tutto chiaro. Tutto contemporaneo.
Io ero una cosa e una persona. E ho visto dentro me lo sguardo dell’altra inaccessibile. Chi di noi due, chi dei due ha detto e ha trascinato e ha narrato? Chi conosceva prima e chi ne è stato conosciuto? Chi sia sia, la persona ha portato dentro e con e in sé quella chiarezza di cosa bianca dentro una casa grande e fresca, e detta.