venerdì 25 dicembre 2015

LIBERTA' PER MARCELLO DELL'UTRI - GALERA A VITA PER I MAGISTRATI MAFIOSI CHE LO PERSEGUITANO DA VENT'ANNI


In esilio dall’orrore della vostra Lingua Italiana
Ho visto il giudice glabro o barbuto
Narciso purulento disonorato
Levare sguardi macchiati civettuoli
Alla telecamera
Dire la sentenza senza prove senza giudizio
Ingiudicabile come il cacciatore
Che spara nel cespuglio – lepre o bambino? –
Come scrisse don Lorenzo nel sangue del cuore.

Ho visto il giudice indicibilmente
Sopravvivere in ferie alle carcerazioni
Espiazioni innocenti per suicidio
Espiazioni per gogna massacro
Delle famiglie macerie dei figli
E l’ho visto negli occhi velati
D’alterigia di schiuma
Nella bocca di vent’anni dopo
Otto anni dopo tredici anni dopo
Sopravvivere alla scarcerazione dei nuovi martiri
Quelli che non hanno parole
Irrisarcibili

Ho visto l’impunibile indifferenza di boia

Ho visto e lo porto dentro me ferito
Dall’indecente orrore
Della sua prona omertosa perduta
Lingua Italiana
L’ho visto scordare
Gli occhi d’amore infuocato
Del topino Serena Cruz
Vivisezionata dalla bava
Condiscendente
Dalle buone maniere
Dalla libidinosa norma piemontese
Legge giustizia monnezza italiana
E quell’occhi l’ho visti scomparire
Sequestrati alla telecamera
Specchio di ex occhi
Giarrettiere nere
Ex ommini virili
Ex dommine femminee
Giudici giudichesse
Dentro il fortino armato
Tribunale finale dei minori

Ho visto i resti
Del bombardamento atomico

Gli umani troppo umani
Genitori di Serena
Genitori d’affetto e d’elezione
- Serena perduta rimasta la Cruz -
Assordati dallo scroscio di latrina
Che giudica
Voi non siete degni
Non è così che si fanno i genitori
Ve lo spieghiamo noi come si fa
Come si è padre podestà und vera madre
E ho visto cassare la risposta
Degli innocenti urlanti

Ma ho visto dare la parola
E sorriso e salamelecchi
E interviste e battute a stupratori brillanti
Telegenici reiconfessi
Ho visto autorizzare spronare
Al diritto d’opinione parere commento
Autori di stragi sorriso aperto manina alzata
Sotto gli occhi della suprema corte
E della putrefatta libertà
Di stampa madre indecorosa e del figlio suo
Diritto d’informazione

A braccetto
Tergendosi appena i baci notturni
Ho visto lo stato eletto e l’altro stato
Nutriti di sangue
Uniti nel diritto e nel denaro
Scegliere una ad una additare
Unte di gloria esporre le designate
Comode vittime di bandiera
E sentirsi imbattibili eterni
Da sfidare i cuori creando mostri eroi
E ho visto giudici in giudicabili
Seppellire i poveri grandi
E mostrarsi e rimirarsi
E poi ritrarsi e accoppiarsi
Braccio con braccio al complice
Di roma e di palermo
Di nuovayork e vomero
Milano medellin zurigo

Ho visto la lingua italiana schizzata
Da quella indifferenza da quella
Inarrestabile continuità d’abisso
Da quelle digrignanti dentiere
Serva d’un cenno invisibile
E sconcio e zac
Scegliere chi è di turno tra loro
A bilanciare
Ed eccone uno azzoppato
Uno improvvisamente sorpreso
Denudato negli urli notturni
Alle pendici d’un calvario di coscienza
Uno non più ghignante
Uno perché sì
Perché più esposto
Perché sta per cedere
Perché sta per tornare alla parola
Persino aldo moro ho visto secoli fa
Incaprettato in diretta
A masse spalancate
Per mostrare col dito e dimostrare
La puttanesca parodia della giustizia
Anche noi noi soprattutto
Noi nel simbolo noi che chiamate colpevoli
Anche noi che volevate processare
Noi additati come il male
D’ogni male eccoci
Agnelli sacrificali
E ho visto qualcuno provare a rispondere
Ma se è moro proprio lui che vi svela
E vi diploma autori della morte
E vi ho visto vomitare
Non è più moro non è più lui vaneggia
Gli tolsero intelletto e volontà
Lui nostra guida convegno targa stradale fondazione…
Ora sepolto da una vita due vite tre vite
E mi tocca vedervi braccio sotto braccio
Voi e gli altri uguali sottobraccio
Giudici prèfiche umidi pregare

Ho visto scegliere al millimetro
Perfetti identikit d’agnelli bianchi e pecore nere
Accuratamente fermarsi
Aldiquà degli alti fortilizi dei veri
Dei pànici mandanti assoluti
Ho visto sollevare decollata e ammanettata
La testa di enzo tortora in favore
Di telecamere
Ho visto cancellare sindòna e gettare
Caffè-vetriolo sulla chissà
Non-si-sa-mai e se fosse prossima
Qui sulla punta della lingua
Parola………
E ho visto rassettare rimpannucciare
Carismàre macellaio riìna
E attraverso quella schiaffeggiante pochezza
(sarebbe bastato un carabiniere e tanti calci in culo)
far dire alla morta lingua italiana
E’ il capo della mafia
Abbiamo sconfitto la mafia
Quasi
Lui il male lui l’inferno
Quanti n’ha strangolati con le mani
Alla pena e zitti e zitto
No anche lui avete affidato
Lui pavido
Voi almeno quanto lui criminali
Alla neo-lingua italiana della tv
Di sorrisetti allusioni schizzi di merda
Democratici uguali
Uguali per tutti schizzi virali
Senza vaccino

E continuo a vedere
(ora che pietro è morto da una vita) gli occhi
Del bambino picchiato di Valpreda
Valpreda che voleva sperare
E di sperare viveva
E perciò volle un figlio lo sapete
Si chiama Tupa nella sua ingenuità
E non ho aggettivi non ho verbi
Non esclamazioni abbastanza viventi

Ma non ho visto voi
Chi eravate chi siete dove avete
Sepolto i vostri occhi
Taluno di voi ha forse avuto
L’immeritato dono della morte

Ai vostri figli – figli di giudici – dico
Anche voi ne avete avuti sì
Mi state forse leggendo
No vero
Ma se lo fate vi ricordate gli occhi
Dei vostri padri giudici
Che scrissero a fuoco
Sulla cotenna tenera di Valpreda Pietro
Il processo al mostro è concluso
Colpevole
E voi non giudici ma padroni di giudici
Che mai tradite voi stessi
Né i vostri servi giudici
Voi eletti voi legislatori
Quando vi ricordaste
Che in qualche buco anfratto gogna doveva
Ancora silenzioso urlarvi addosso
Petruzzo sequestrato dalla lingua italiana
Non Innocente avete detto
Non Perdonaci avete supplicato
E neanche un bugiardo Errore giudiziario ammetteste
No – Legge Valpreda – avete detto furbastra
Ed omertosa
E fuori dai coglioni
Ancora mentendo ancora tradendo
Ancora senza prove ancora senza onore
Ancora zolfo
Peste linguistica
Qui roma-milano italia umanità chicchirichì

E poi vi ho visto perdere il silenzio
Decoro pudore su questa faccia
Illuminata della luna
Rovescio ignoto della notte
Ho visto cadere maschere precarie
E posticce dai vostri giudicanti visi
E diventare labbra strette corsetti
Gatti a nove code biancòri ritenzioni
Cercare invano un segno del dolore
Assenti Schiele Münch e Francis Bacon
Lontani Kafka Dostoevskij
Ho visto i vostri visi diventare
Dispositivi sentenze timer trappole
Incastonate dentro artefatte sentenze
Esposte al dito polverizzatore
D’altri giudici altri bari
Nel gioco esilarante delle vostre
Serate col morto litanìe
Ho visto e non ho niente da chiedere
Non sangue non verità non morte
Nulla di voi mi placa

Voi non potreste mai l’inzaccherata
lingua italiana ch’era così bella
Delle strette di mano confidenti
Dei patti d’amicizia fraterni
Dei colloqui sereni sotto le mille lune
Del dono di sé d’un salvo d’acquisto
Carabiniere
Del sogno d’infinito del grande
Costruttore malinconico
A recanati
Di ferruccio il senese
E degli ignoti quanto luminosi
Uomini e donne del dovere
Offerto senza chiedere in cambio niente
E dei diritti saputi e non pretesi
Se non per porli delicatamente sugli altàri del rango
Mai mai mi potreste voi restituire
Vergine e infuocata lingua petrosa e tenera
Dell’amiàta del bèlice e dei mille podéri
Madrelingua giovane d’ippolito nievo
Di pascoli e del gigante vilipeso
Poeta estremo pier paolo pasolini

E specialmente non vi chiedo
- e intanto vi guardo e vi vedo –
Di rendermi i figli che vi siete
Sparàti in gola
Né vi chiedo stordimento
Né sguardo ermenèutico nel vuoto
Immenso di lingua e di linguaggio
Steppa dayafter arsure spaccate delle piane
Di siccità equatoriale senza dèi
Senza pace senza gocce
Spogliati l’esseri umani perfino
Dell’antico sapore del sopravvivere
Denudati d’ogni devozione dell’Alto
Cui levare gli occhi giràti
Rimasti soli nella non attesa
Senza sacri silenzi
E nemmeno stringo in mano una lacera
Nemmeno una anastatica simulata
Sostitutiva bandiera di speranza
Nemmeno…
Nemmeno quello straccetto rosa-rosso
Che invano il massacrato poeta
Cercò di mettere teneramente in cuore
Profeticamente sapendo
Che l’avrebbero ormai calpestato
I suoi stessi sbandieratori
Sbiadito inzaccherato nelle piazze

I figli sì li ho visti sono qui
I visi dei figli che l’interrogazione
E lo stupore vélano d’impotenza
Svuotati d’alfabeto

E cercando ad occhi chiusi
Non uno stato che non è lingua
Ma una nazione la mia
Mi sono visto intorno cosiddette guardie
Custodi di pace e di balzello
Correre in gara al premio dello strozzo
Da pari a pari fronteggiare
I professori dell’ordine costituito
E vincere nel nome delle regole ruffiane
E li ho visti nemmeno più indignare
Il passante il commerciante l’inerme
Legittimare il ricatto l’esazione la tacita
Consolidata prassi generale e totale
D’imporre mancia tassa minaccia al diritto
Di tener banco di verdure e formaggi
Fiori e sopravvivenza
Servizio licenza del mestiere
A protezione delle gang
E ho visto i loro (vostri) visi analfabèti
Grumi ottusi di primordiale violenza
Presièdere dall’alto bassissimo
Dell’abusiva autorità guidare
La danza del carrattrezzi
Quasi sicuramente proprietà
Della gang vostra complice e consorziata
E rubare per punire
L’auto turistica colma di bagagli e ammirazione
Parcheggiata in divieto cervellotico eppure
Rispettosa della circolazione
Vuota di cittadini d’europa innamorati dell’ex-italia
E dei suoi grandi meravigliosi antichi
Saltellanti felici coi bambini biondi
Tutt’insieme dài corriamo we go allez-y par là
Los schnell… e penetrati nel magico
Finalmente riaperto cenacolo del sommo
Ineffabile maestro della vita e della morte…

Vi ho visti insetti blatte
Godere del vostro inimmaginabile gesto di vendetta
Nel nome del’infetta legge killer del linguaggio
Perciò vostra madre e creatura
Ghignare a quelle famigliole d’austria e d’olanda
E di germania ingorda di poesia e libertà
E di francia e di cèkia e catalogna
Così imparano questi stronzi
A rispettare il traffico…
E vi ho visti rispondere a quegli stupefatti
Eppure sorridenti ancora
Visi – ancora sì abbagliati da leonardo –
A colpi di scorreggianti monosillabi
Cancerosi digrigni
Orride strafottenze

E tanto altro ho visto da morirne
Ho visto destituire il tempo e farne
Da luogo di vita che era
Spada – frusta sulle carni del senso di sé
Del linguaggio
Ho visto visi trasformarsi in replicanti gnomi
D’un travolgente disvalore
Ho visto così farsi carne e spirito nuove giaculatorie
Dell’ignoranza senza amore
- Il tempo è tiranno ah ah
- Non è questa la sede
- Sarebbe bello avere il tempo
- Non c’è più tempo per lèggere
- Sì lèggo molto compro due o tre settimanali
E occhi di morte in forma di comicità
Ho visto piantarsi sul mio viso
E subito chiamare le masse ad aderire
- E parla come mangi
- Ma questo qui che lingua parla
- E chi cazzo ti capisce
E ho visto intellettuali intestinali
Tenuti per grandi
Cultòri di tre o quattro letture
E una laurea in disonore
Ribadire annuire sbavare di sugo e intanto
Digitare calcolatori registratori di cassa
Diritti d’autore
Ho visto i vostri visi vanesii
La cronia irreversibile mancanza di grandi maestri
D’assidue amorose letture di desideri alti
Di paziente cimento nell’ardua
Giocosa sessualità dello studio
E ho visto il vostro lubrico e lombrico ombelico
Disposto in video bramoso
Stare coi frati e zappar l’orto
Cacherellare attorno al blazer del padrone
Chiunque sia e fosse
Non ad erigere torri
Non a lustrarne il valore e la gloria
Ma per offrirgli come piatto di ceci
La vostra esilarante e brillante
Patetica ferocia nel colpire il suo rivale

Ho visto voi scrittori senza romanzi
Rimescolare senza sogni un’altra lingua
Voi mudmixers maîtres-à-pisser
Dottori di calcio e liposuzioni
Farfugliatori di risguardi
Autori di manuali sgretolati e di faziose
Sgrammaticate storie dell’arte
E d’ex letterature confezionate in fretta
Per segare i sogni e le gambe dei bambini
Della scuola prima quella che decide la vita
E via via precipitando nella scuola mediocre
E gli ex-licèi e le ridicole troie università

Vi ho visti colpevoli ex-fratelli
A turno crogiolarvi e soccombere
Dileggiarvi l’un l’altro
Malaugurarvi sputtanarvi
Nello sterco dei vostri curricula
Impresentabili a un dìo
Vi ho visti anno per anno esame per esame
Nell’arteeccelsa dello sciopero
Presentare richieste strizzate d’occhio
Di salari e prebende al sottosuolo
Popolato di mandanti e mandatari
Al parlamento ai governi alle querule
Presidenze repubblicane
Così aldisotto voi perfino
Degli umilianti salari della scuola

E vedo voi ministri della scuola
Barzellettari della morta lingua
Grattarvi i coglioni o rifarvi le ciglia
Ehi dite ehi dìtemi chi di voi
Fuori i visi e i nomi di voi
Chi di voi ha fatto innamorare i miei figli
Chi di voi li ha trascinati a sé nel desiderio di sapere
Nel piacere gratuito e vorace
Nel furibondo amore del maestro
Nei sentieri arrampicati del bello
Nella febbrile passione dello studio
Fuori i nomi
Schifosi voi non c’eravate
Voi non ci siete mai
E intanto…..

E intanto in questa perdurante furente
E vana attesa d’un pomeriggio di sabato
Ho visto i vostri fidi poveri carabinieri
Vittime impennacchiate di modesta efficienza
Dileggiare colui che pretendeva
Di denunciare un furto d’automobile
Sì li ho visti io a bocca pinzata ridacchiare
Le denunce per furto s’effettuano
E si ricevono appresso ai nostri uffici
Non prima ed a partire dalle ore sedici in punto
Meglio sedici e un quarto
Venga alla mezza
Punto
E al mio sguardo gelato che trattiene
Un irrefrenabile ghigno di sconforto
Li ho uditi precisare
Sedici e trenta in pugno e la facciamo subito

E ho visto carabinieri e poliziotti rincorrersi
E scipparsi disturbarsi e sgambettarsi
Li ho visti prendersi per il culo
E stravaccarsi e poi trombe e tamburi
Mettersi nella posa minchiona d’una
Efficiente oleografia
Al primo accendersi della stramaledetta
Lucina rossa della telecamera

E ho visto medici e professori scippare denaro
E fiducia strozzare e strozzinare innocenti
Malati tremanti di povertà e soggezione
E nemmeno guardarli negli occhi
Nemmeno toccarli
Firmare coi guanti il foglio di via per la tac
La zac la biopsia la radio la litotritomacelleria
Corpo con corpo pietra con pietra
Morte con morte li ho visti (vi ho visti)
Chiamarsi fuori sottrarre
La loro scienza armata incontaminata
Sottrarla ad ogni incontro imprudente
Con spiriti làceri e con gli umani sùpplici
Non avesse a smerdarsi di carità di grande
Oblativa tenerezza
Che un vostro capriccioso occhio dislexico
Non vi conceda mai al saper guardare al sorridere
Allo scandalo d’una indugiante carezza…
E ho visto l’infinita pazienza del malato
Farsi cancrena nel deposito merci deperibili
Corsìe degli appestati schivati appena
Dal burino sciaguattare del cosiddetto
Personale paramedico paracarri ex-umani
Sindacalmente trasformati e promossi
Killer di confidenza
D’ogni supplice afferrare della mano

Ho visto questa nazione
Di grandi morti e di mediocri vivi
Lasciare (che se la scazzino fra loro) a monachine Farfalle e formicuzze armate d’anima
Dal Dio fuoricorso fuorimoda fuorilegge
E a preti marginali dalle tonache macchiate ma
D’eccessivo onore e grige brache
E questi poveri orli lisi di vesti rese d’oro e di
Porpora di gratuito splendore
Questi sì l’ho visti scazzare dall’immonda lingua Italiana un inaudito fuoco
E dalla misteriosa febbre di Cristo
Un estremo discorso dell’amore

Da costoro ultimi martiri cristiani ho visto brandire
Il tenero brandello della lingua
Della perduta infanzia della lingua italiana

E ho visto trionfante d’iride e sughi
La strombazzata libertà di stampa
Posare mani lezze sull’arbitrio della morte
Lege soluti come i lor compàri giudici
Li ho visti i giornalisti direttori e cronisti
Tracimanti ogni limite del cuore
(chi del resto oserebbe imporre loro
confini di rispetto valuta e capriccio)
Affollarsi e bivaccare
Al mercatino del mitra e dello svacco
Del falso rituale detto scoop tanto chissenefréga
L’importante è la notizia l’intervista diarrea
Senza lasciar parlare l’intervistato
E se parla tanto poi scrivo quel che cazzo mi pare…
Voglio vedere se mi chiede la rettifica
Ormai lo tengo in pugno
E la soffiata... la fanciulla sventrata e il padre
Immediatamente macchiato di mostro
L’industriale sputtanato e l’insegnante raro
Vilipéso ed esposto come prèda
Al mandante politico su ordinazione
Vi ho visti impunibili come caìno – zecche

E mentre stavo per distogliere gli occhi insanguinati
Eccovi ancora compare-compariello
Nelle finte baruffe giustizieri per scommessa
Compatti nella fucilazione del cadavere affranto
Sdegnati per burla
Vendicativi nei fatti
Coccodrilliferi
A voi devo qualcosa
Devo la spaventosa coscienza dell’abisso
D’una discarica scavata da voi tutti con altri
Nel tenero ventre della lingua materna
Di Guicciardini e Bembo di Croce e Gramsci
Di Bruno e Campanella di Leopardi e De Santis
E del Petrarca ormai francese per amore
Ho visto c’ero anch’io
Vi devo l’ultimo insanguinato bagliore
E non vi chiedo niente

Ho visto lontano lontano “bambino-disturba”
È ancora qui le sue piccole dita ossute
Quasi strappano carne alle mie caviglie
Affinché non l’abbandoni
Le caviglie non corrono pietrificate come sono
Ma è un vento di morte a risucchiarlo
E da me lo allontana
E con lui – dentro gli incancellabili suoi
“occhi da matto” – vedo gli sguardi normali e sociali
Della lingua italiana la putrefatta lingua
Lingua dell’ex italia
E ricordo e vi ricordo e rammèmoro la scuola
Che avete voluto ferocemente dare
A “bambino-disturba”:


E’ una farsa
Con tanto di dialogo
Scene e sospensioni
E personaggi veri.
Insomma una farsa vera.
Si svolge in una scuola
Una scuola elementare.
Il luogo vate voi.
Una maestra durante la lezione
Ecco – dice la maestra – bambino irrequieto
Bambino irrequieto.
E con un punto esclamativo
E dondolando il capo
Dondola il capo
Sconsolata signora maestra.
Ettore il bambino
Non commenta e non risponde
Scavalca il banco
Rotolando abilmente
Un par di capriole rosso in viso
Un grande sorriso
Si alza e quella cosa ecco
L’ha fatta proprio bene.
Ma Achille non riesce
Educato com’è a tacere
e dice Achille la mascotte
- Ma quello lì
non è mica normale
signora maestra!
E come nelle farse vere
Già siamo al giorno dopo
Dieci minuti prima
Che suoni la campana.
Signora Perbene colloquia con signora
Maestra mentre suo figlio Achille
Le dà stretta la mano Glicemille.
La signora maestra allora
Parla – Buongiorno signora Perbene.
Buongiorno – risponde signora Perbene – buongiorno signora Maestra.
E continua – Bimbo Achille m’ha detto
Che in classe con lui
C’è brutto bambino-disturba
Bambino anormale gli pare
Bambino che picchia
Potrebbe far male
Esempio cattivo non è che ci sarà
Pericolo grande pewr caso?
- Eh cara signora Perbene – risponde
Signora maestra
Risponde – Sapesse
Sapesse la pazienza
Ma quanta ma quanta
Alle volte ci vuole
Ci vuole. Sì certo
Mi preoccup’assai
Ma che vuole le basti
Veder la famiglia di bambino-disturba!
Mi dica cosa mai
Ci possiamo aspettare
Li ho mandati a chiamare.
- Oh brava signora maestra
Interviene signora Perbene.
- Non lo dica non lo dica –
La interrompe signora maestra –
Nessuno è venuto Storie di doppi turni
Di fabbrica le solite scuse
Di mamma snaturata
Manco s’è presentata.
- Capisco – ha capito e risponde signora Perbene risponde – Lei ha le mani legate
Ma io ma noi voglio dire
Si può fare qualcosa
Si può protestare
Al Provveditorato
Ho fatto un sondaggio
Ai primi di maggio
E tutte le mamme le mamme perbene
Sarebbero d’accordo
Si facesse qualcosa
E lei che ne dice?
- Io no io non posso intervenire
Mia cara signora
Le dico soltanto
Insomma la cosa
Qualcuno dall’alto
Che vuole? -
Ancora una volta
Ha capito signora Perbene
- Capisco capisco –
Ha capìto e ricapìto e risponde
- Lei lasci fare a me
Vedrà che risolviamo
Faremo per il meglio. –
Signora Perbene saluta
E affida bimbo Achille
A signora maestra.
Esce e incontra in cortile
Un gruppo di bambini
Che fanno a cartellate.
Ma guarda! Che anche Ettore
Il bambino-disturba
Ma che fa? Non partecipa
Cammina solitario.
Signora Perbene si rivolge
Ai bambini perbene
Che fanno a cartellate
- Bambini ehi bambini
Sapete indicare a mamma d’Achille
Un certo bimbo Ettore?!
- Chi el matt?! - Risponde un bambino
Di cui non si sa il nome.
- Te’l lì el matt! –
Risponde un bambino – l’è quel
Che non fa a cartellate eh eh
È quello coi capelli da matto
Eh eh eh eh eh eh
C’è un coro di risate
Anche bambino Ettore
Partecipa ah ah ah
Ah ah ah – felice anche lui
Anche lui che niente sa.
Signora Perbene ha capito
- Ho capito bambini
Vedrete qualcosa faremo vedrete! -

Passano pochi giorni
Un gruppo di signore
Picchettano la scuola
Compatte e ben guidate
Dalla mamma Perbene
Ma senza distinzione
Sono tutte perbene
E tutte insieme stringono
Al seno al cuore
La tenera manina
Del loro piccolo gesù.
Arriva donna asciutta
Donna dal viso spento
È contratta e severa
Attenzione essa tiene
Il bambino-disturba
Ettore per la mano
Ettore a capo chino
L’accompagna un carabiniere
Una mamma perbene
Si stacca dai picchetti
E avanza verso i tre.
Chi è chi è
È signora Perbene
È una mamma di cuore
Ed è il cuore di mamma
Che dice al carabiniere
-Sto bambino non entra
Non ci provi nemmeno
Noi siamo le mamme
Dei bambini normali
Di quelli che studiano
E stanno tranquilli
Siamo tutte d’accordo
Siamo tutte persone perbene
E certo non vogliamo
Che i nostri figlioletti
Corrano brutti rischi
Con bambino anormale.
Leo è padre e capisce
Signor carabiniere
La prego non insista
Andremo fino in fondo. –
Carabiniere è padre
E anche maresciallo
- Anche lui ha diritto
Per legge deve entrare
È questo il suo diritto
Uguale per diritto
Diritti belli e brutti
Legge scorregge
Entrare studiare
Pazientare vi pare?
Entrare
Basilare
Salutare
Are
Are… -
- Fuori fuori! - s’alza il coro
Delle mamme tutte d’oro.
Il maresciallo fa
- E mo’ che stamo a fa signora mia… -
E guarda in mezzo agli occhi
Quella mamma sventrata
E basta quel momento
E bambino-disturba
Insomma l’anormale
Si divincola e tira
E corre e s’allontana
E va verso i bambini
Per raggiungere quelli
Che crede suoi compagni.
E mamma d’Ettore allora
Resta senza parole
Sottovoce commenta
- Non so. Starà a casa
Se entra sarà peggio –
Maresciallo ci prova
E continua a parlare
Sottovoce alla donna
Senza voce contratta
E ripete
Maresciallo ripete
- La scuola è un diritto
La legge parla chiaro –
Sicura e contratta
Risponde mamma d’Ettore
- La legge è lì davanti
Me lo coppano lo so…
No no andiamo via
Ettore andiamo via
Ettore andiamo via
Ettore andiamo via
Ettore andiamo via
Ettore andiamo via
Ettore andiamo via
Vedrai che qualche cosa
Impariamo da soli -

Si allontanano in fretta
Maresciallo li guarda
Si dà una grattatine
Ai coglioni
Poi dà un’occhiatina
Alle mamme perbene
Festanti e s’allontana
Un po’ triste un po’ no
Com’era arrivato.

E sul viale di morte ho visto affacciarsi
Il vano grido notturno di civetta
Inascoltato da Barbiana al sindacato puttano
“Sempre soldi avete chiesto
Mai dignità orari decenti
Mai latte letture mai scuole
Mai diete e riposo mai cure
Per difendere loro
Sulle tossiche vie del lavoro
Al carbonizzo ai vapori miasmi della follatura
Ai cancri degli stracci di pezze di veleni e vernici
Sempre bandiere e soldi sempre soldi sempre pochi
Sempre e soltanto in cambio della morte
O della vita
E questo ora chiamano diritti
Diritto di morire al volante della prima seconda
E terza fiat
Altro visti non v’ho che coltivare i vizi del lavoro
Non le virtù non l’avventura
Non il sogno possibile degli anni cinquanta
E v’ho visti seguiti inseguiti da marce cortei
Ingannevoli ingannati di uomini donne ragazzi
Guidavate la fila
Al baratro della parola
Alla discarica dello studio e del valore
Del dominio della lingua italiana

Vi scansavate sempre
E restano mosche sulla roba

Vi ho visti negli occhi
Vi ho cercati e vi ho fuggiti
Senza fuggire mai
Ho coltivato il poco ed ho sognato il grande
E oggi in me prevale la potenza dell’ira
Ma tra i doni ricevuti da Dio
Non c’è il coraggio dei grandi
Non ho il coraggio di tacere e correre
D’inciampare e restare
Il tempo della vita e della morte
Tenendo tra le braccia un lacero
Un affranto di aids di parole non scambiate
Non ho il coraggio del silenzio
Sola sola fuga grandiosa
Dalla merdosa lingua degli italiani

Nutrito di cultura e religioni incommensurabili
Di storia e del suo opposto – l’ascolto di sé –
Ferito dai gerghi mediocri dal marcio discorso
Della legge e delle strade della disamorante scuola
Dell’umiliata occasione televisiva
Riesco soltanto
Nel malinconico sorriso di starmene da parte
E ho voluto giocare
Abbarbicato all’amata lingua dei francesi
E incontrando certe notti la lingua dei germani
Nel faticoso sillabare di Hölderlin e di Rilke
- prima del sonno – ho voluto giocare
La richiesta d’asilo linguistico
Ma ritorno ogni volta agli angusti giardini d’ombra
I soli tollerabili
Riammagliando un sorriso di dolore
Testimone d’un’infanzia così bella mi resta la Speranza
Dei figli dei figli dei figli

Intanto
La lingua italiana scorre nella gora
Mi sfiora e inzacchera dalle pagine dei giornali
Spiàccica sugli schermi negli eventi
Nei luoghi d’onore del romanzo
Del merito del rango della differenza del sacro
Smerdata e defantasticata ingollata
Da sarti e parrucchieri campioni sportivi contabili
Politicanti e analfabetici autoelettisi scrittori
Vanesii farneticanti grandi
Rutti televisivi deputati e reggitori
Pi-erre infette morti senza onore parnassiani abusivi
Insigniti dalla peste e dal diritto di parola
E scorrendo si abbatte usurpatrice neo-lingua
Non-discorso colèra
In forma di ballerine e musicisti da conio
Operisti e registi presentatori e cantanti
Calciatori e pezzi di fica nei ruoli
Di falciatori d’opinioni
Scorrono
E tutto sottraggono e iniettano
Diventati la lingua italiana

Esiliato, e senza mai scappare, non mi avrete
E non vedrete mai il mio futuro
Girolamo Melis

(A Marcello Dell'Utri, all'esempio di lealtà, onestà e generosità che l'ex-Popolo Italiano non merita.
Al caro Amico Marcello Dell'Utri, le parole che gli dedicai 17 anni fa, alcuni anni dopo l'inizio del suo calvario.)