venerdì 13 novembre 2015

LA SESSUALITA' DELL'ANDICAP.





La Sessualità.

...Tu che mi ascolti non sei una Persona “con problemi di sessualità” ma semplicemente e grandiosamente “Una Persona”.
Io non mi fido di nessuno strumento tecnico-professionale del Linguaggio. Non mi fido dell’analisi psicoterapeutica, delle forme metodologiche né delle taumaturgìe della cura. Non mi fido per ratio, e non mi fido per la vergogna di apparire “specialista”.
Cerco dunque dentro me stesso, non dentro una casistica clinica. E dentro il mio corpo cerco di riconoscere i segni, le pulsioni, i vuoti, i furori, il sentire delle diverse età della mia vita. E invito anche te a fidarti del tuo sentire, della tua sessualità di bambino, poi di adolescente, di adulto: una sessualità che non è mai taciturna… eppure sistematicamente “tacitata” come fosse una cosa dell’altro mondo.
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La sessualità non s’impara. Cioè, non è un dato, una nozione storica. Non se ne ha conoscenza come di un “prima” e di un “poi”, di un “senza” e di un “con”.
La sessualità non determina il funzionamento e la pratica degli organi genitali, né da essi viene determinata. Essa è connaturata al corpo dal quale proviene. Perciò il bambino ne fa esperienza tutt’uno col suo corpo, corpo della madre, acqua generatrice.
La sessualità è Memoria non disturbata dai “ricordi”. Ecco: è la rammemorazione del “luogo felice” dal quale il bambino ha conosciuto il mondo.
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Nel lago della madre, il piccolissimo corpo sente se stesso. Lì si forma l’ordine e il senso del progetto temporale di “appartenenza umana”, fondato sul progetto naturale, sulla sua sacralità, sul suo mistero. Niente viene appreso storicamente. Ma vissuto dal corpo integro, dal corpo d’amore che si attua nel laghetto della madre, unità tra madre e figlio.
Il lago della madre, luogo dell’esserci, culla della genitalità: lì si alleva e coltiva l’incontro dei sensi con la percezione della sessualità. Sessualità come desiderio, come pieno e come vuoto, come caldo e come fresco, come raddoppio e come mancanza, come pulsione e come passività.
Tutto il corpo comunica con tutto il corpo: il corpo genera il corpo da cui è generato. Tutto il sentire e tutto il sapere scambiano la sessualità dell’origine.
Nell’acqua è la terra, corpo del riscaldare e del rinfrescare, dell’abbracciare e dello sfiorare, del contenere e dell’isolare, del trattenere e dell’espellere, del radicare e dell’aerare. Del ponderare e del galleggiare. Tutto è là. Tutto è qui. Il sesso della madre e il sesso della femmina, il sesso del fallo e il sesso della podestà. Il femminile scambia col maschile. La creazione è la memoria del sacro. Il sacro s’incarna nella sessualità e non se ne separerà più se non, forse, nella morte.
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Il bambino non si separa dalla madre come la madre non si separa dal bambino: sono e saranno sempre “un corpo” appeso, pendente-dipendente dalla mammella. Il sogno della cosa-terra.
Mater genitrix, mater “Dei” genitrix, mater vitae genitrix, madre genitrice del corpo, madre fecondatrice del mondo attraverso la sua creatura.
Eppure l’uomo ha tentato di separare la genitalità dalla generatività, di distinguere l’inseminazione dal seme, il seme dal frutto, il frutto dal raccolto. I millenni non bastano ancora a svelare-rivelare la totalità dell’Eros, la sua coincidenza con la Vita. L’Eros che è corpo.
Non dice forse la saggezza popolare – luogo del Semplice – che la donna fecondata si installa nella gravidanza sostituendo contestualmente il pene dell’uomo, dello sposo?
Non una negazione, ma una fervida intensa totale sostituzione dell’altro con il pene introiettato: la donna torna femmina. Per qualche istante? Per sempre? O magari perché “come Donna” è negata dalla sua medesima natura? Torna femmina nel possesso della sua parte amata – l’autentico sé? – dalla quale il mondo l’ha separata.
L’Eros si compie in essa, coincide col suo desiderio. Ogni “voglia” è oscurata. Il Destino parla nella pienezza desiderante del corpo d’amore.
Così il bambino conosce la sessualità vissuta-elargita dalla madre. Così non gli è dato di scordare chi è.
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Il bambino non può scordare chi è. Conosce la vita e la vita lo riconosce come parte del suo medesimo corpo, il lago dell’ integrità-identità della vita con l’Eros. La consustanzialità.
Il bambino, prima di entrare nel mondo del tempo e della storia mediante la tragedia della separazione ombelicale, è già tutto, memoria del tutto.
L’Eros lo tiene in gioco, come l’ordine naturale tiene in gioco il bocciòlo del fiore, la pietruzza sbrecciata dalla roccia.
Il bambino, quando entra nel mondo, è nella totalità del suo essere naturale. Tutto natura, tutto sensorialità. Neonato? Rinato? Mondanizzato?
Cos’è allora quel momento in cui l’ingresso nel tempo storico non lo fa “riconoscere” dagli adulti come somigliante all’esperienza di sé, come continuazione del progetto di genitalità, famigliarità, società?
Il bambino riconosciuto in una “imperfezione”, viene in-validato, inesorabilmente discreditato. Disconosciuto come elemento della “famiglia”.
La famiglia lo dissocia, anche se non se ne dissocia. Cioè, pur dedicando al “neonato imperfetto” le cure dell’attenzione e dell’affetto parentale, ne sancisce l’estraneità.
Ecco: l’estraneità è l’autentica percezione (e dunque “sanzione”) della diversità. In-appartenenza all’ordine storico-culturale che lega indissolubilmente la molecola famigliare all’ordine sociale.
Una tale estraneità ha il suo centro nella negazione della intrinseca sessualità del neonato nella sua carriera di “bambino”, poi di “ragazzo”. Ogni pulsione di relazione sensoriale-sensuale-sessuale è respinta da sé (padre, madre, parentela) come “immonda”, cioè non appartenente al mondo della normalità, al mondo storico.
La sessualità del bambino “im-perfetto” si vorrebbe che non fosse mai nata, poiché non è immaginabile (tollerabile) che essa sia parte del mondo, pena l’espulsione dal mondo stesso della sua famiglia.
Eppure l’Eros non si arresta, non smette di fluire, di inondare, di parlare. L’Eros non sta come Minosse alle porte del mondo: non giudica gli imperfetti lasciando solo passare i perfetti.
L’Eros è la vita. Il suo contrario è Tanatos, la morte.