sabato 10 ottobre 2015

"NON TUTTE LE UMANE NELLA CITTA' DI MILANO..."








Non tutte le Umane
nella città di Milano...
di Girolamo Melis

Non tutte le umane nella città di Milano
hanno messo la muta di donna di mutante femmina,
immagino certe ragazze rimaste-perdute
dentro qualche immobile sfiorate da ragazze
rimaste com’erano sbarcate camionate,
certe erette nel nero lucente dell’Africa delle piaghe,
certe chine frizzanti tra malizia e pudore
d’altre sottilissime sfumature continentali,
ma subito lascio vagare altrove l’immaginazione
e qualche lacrima di speranza e di paura.
Perché tutte l’altre che mi squamano e lebbrano
gli occhi le umane di Milano mutate
che alle posizioni stanno con posizione di posta
di occupazione mi addolorano e mi separano
e mi spaccano nella fenditura che da spiraglio
si oscura, e attestate sui gradini sui desk sui tacchi
sui documenti sui mouse sui silenzi e il loro rovescio
le forre sulle laringi sui selciati calpestati,
le umane non femmine,
incatramate donne senza dommini domìnii.
Dentro ma sempre altrove un perduto.
Infibulate occidentali con gli aghi e il filo
le matasse del sole ventiquattrore,
gli abiti incontinenti, le posture come ricariche, cards.
Le atroci colorazioni tricologiche le rinsecchite
cuti di microonde i ginocchi giuntati
le bullone metafore grafiche del seno.
E non posso neanche sfiorare, neanche nominare
il macabro viso d’una merceologia-donna
che invano rievoca l’intoccabile bocca dei baci
disseppellisce l’intasata luce dello sguardo.
Esse sono tutte uguali.
Esse vestono i più bei vestiti del mondo.
Ne sono decorate eppure né seta né lane né lievi
cotoni carezzano un corpo di femmina.
Poi talune aprono e chiudono la forra delle parole:
escono barbarie funzionìe stati di necessità
d’utilità risultati conti economici i quanti
sprezzano i quali la parodìa del sesso
travestimento attraversa l’esclamazione “bellissimo”.
Niente è bello.
Le umane di Milano non conoscono la domenica
e allora i poveri spiazzi sagrati sentieri
ruscellano di ragazze nere e brown e ocra
e dei loro corteggianti disintegrati anelanti
ragazzi in feste di occhi di luci e di bagliori
di innocenti violenze di femmine e maschi.
A tutti questi tanti nuovi lasciano la città di Milano
le umane con i loro morticini benvestiti
altra metà dell’inferno.
Ora ci vogliono parole nuove
e gridi antichi per il tempo
dell’invettiva e della miseranda sociologia.
Custodi e scippatrici della roba,
le manager impudiche dànno regole,
dettano l’ammirazione che incombe
sulle ragazze di tutti gli altrove
del mondo soltanto ammalato, non morto.
Immondi stuoli di redattrici di moda, di costume,
di bellezza scrivono e ruttano
su ciò che è o non è filosofia.
Visi d’angeli siberiani feriti s’impaccano
e si clonano di barbarie, gli analfabetèmi scricchiolano
e stritolano la lingua italiana, liofilizzano i bei dialetti.
Le mille e mille parole trattenute
dai nonni di Erice e Rovereto
eccole spazzate via annegate
nel truogolo del devastato bel lombardo
dichiarato oldfashioned dallo schifoso gergo
delle cinquanta parole dei modisti, degli economisti.