domenica 4 ottobre 2015

CHE COSA SIGNIFICA GUARIRE.




Che cosa significa “guarire” per le persone colpite da invalidità motoria e funzionale parziale o totale a causa di una lesione spinale?
Non ci stancheremo di cercare risposte a questa domanda, che cade su un quadro nel quale la “cura” è percepita, programmata e messa in opera sapendo che potrà raggiungere obbiettivi parziali se non addirittura irrilevanti nella traiettoria della “guarigione”.
Parliamo di una “cura” che si propone di “migliorare la situazione generale”, di “alleviare il dolore”, di “rendere tollerabili” le scomodità derivate. Che può – in definitiva – adattare la mente ad uno stato di ridotta funzionalità.
Che cosa significa “guarire” se la cura non può raggiungere il solo obbiettivo definibile come “obbiettivo”? Cioè: il ritorno allo status quo ante, insomma all’integrità fisica?
Il concetto, la nozione e la realtà di “guarigione” – riferiti alla persona colpita da para o tetraplegia di vario grado e comunque da trauma spinale – sono profondamente diversi da quelli che accomunano altre innumerevoli patologie o alterazioni riguardanti la natura del corpo e la sua simbolizzazione.
La “guarigione” infatti non è una condizione “neutrale”. Non lo è nella percezione fisica né in quella simbolica. Voglio dire che la “guarigione” è tutto tranne un fatto oggettivo. Un esempio, tratto dal linguaggio comune della medicina, ci dice che c’è una “guarigione clinica”, una “guarigione tecnica”, una “guarigione effettiva”…
Cioè, si può essere “guariti” secondo il codice del chirurgo (l’operazione è riuscita), secondo il codice del medico generale (l’organismo ha ripreso a funzionare), e secondo il codice personale (mi sento guarito).
Che cosa significa “guarigione” per un para-tetraplegico? In quale ordine, in quale programmazione e verso quale obbiettivo proietta la “guarigione” chi sa (allo stato delle cose) di non poter venire riportato allo status quo ante?
E soprattuto, è tollerabile il pensiero che si possa chiamare “guarigione” la… ragionevole rassegnazione che una vera “guarigione” non vi sia?
E, d’altra parte, può venire tollerata la delega fideistica alla generica aspettativa di “speranza tecnica”? insomma alla messianica “ricerca scientifica”?
Com’è possibile – nella piena razionalità della mente – affidare alla scienza una simile speranza, quando si sa che la “ricerca medico-scientifica” è determinata dal marketing farmaceutico? E quando si sa del poco interesse economico dell’industria farmaceutica nella gestione della cura, della guarigione e del dopo-guarigione delle persone colpite da lesione spinale?
Il quadro fatto qui non è nuovo, niente di sorprendente vi si svela, né sarà più scoraggiante di come e quanto si viva quotidianamente la questione della “guarigione”.
Né lo aggravano i periodici can-can sui “miracoli” di questo a quel taumaturgo, di questo o quel team scientifico o chirurgico; e le più o meno rapide disillusioni.
E, finalmente, lo spiraglio della razionalità illumina il pur lento processo di acquisizioni tecnico-scientifiche, di conoscenze specifiche, di passi avanti specifici e sul quadro generale. Sicché si può dire davvero che la strada verso una qualche “guarigione” è oggi più diritta e più breve. Ma…

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… e ora? e intanto?
Posso io, in qualche modo, decidere la mia guarigione? Sì, io devo credere fermamente di poter essere io – soprattutto io – a decidere la mia guarigione. La mia autentica personale guarigione.
Io non posso accettare di essere un “separato in casa”, e permettere che il mio corpo spezzato e la mia mente integra non si parlino, non chiamino l’energia del cuore a riattivare la comunicazione.
Non posso lasciare il corpo alla sola speranza tecnica che la “guarigione” venga dal fuori, e lasciare la mente nella sua condizione più devastante: quella dell’attesa impotente.
La guarigione va guarita dalla sua autentica malattia, cioè la delega all’intervento esterno. Può essere guarita ora. Non “intanto”, ma ora. Ora: nel ritrovarsi, nel tornare a darsi del “tu” tra mente e corpo. La mente ascolti il corpo. Il corpo indirizzi la mente.
La guarigione è allora una nuova infanzia della Persona, un’infanzia armata di saperi, di furori, di capacità moltiplicate dalla fantasia, nello smodato desiderio a lungo represso e depresso, e finalmente messo al servizio di obbiettivi concreti: per esempio ricucire con ciò che avevamo studiato e imparato “prima” del trauma, ripartire da lì e magari scoprire la nuova prospettiva di costruire un gruppo, un team, un lavoro. Per esempio ascoltare i sensi umiliati dalla mente, la sensualità, la sessualità. Per esempio guardare chi cammina… dall’alto in basso, giudicandolo "molto meno interessante di me", come dice il grande medico chirurgo paraplegico, l'Amico Paolo Anibaldi.
E via, verso mille guarigioni.

(Testo pubblicato nella rubrica “Domenica in Giro” sul sito Tuttinpiedi di Alessio La Rocca, per il Comitato a favore della Ricerca sulle Lesioni Spinali. E poi rivisto e adattato per questa pubblicazione. G.M.)