domenica 6 settembre 2015

SI CHIAMANO EMOZIONI. A VOLTE SONO INCONTRI: EDGAR MARVIN



Edgar Marvin

Un legno tagliato e intagliato da quell’impersonale Geppetto Americano che dovette scolpire gli Steinbeck e i Faulkner, i McLuhan. Edgar Marvin mi dette occhi e mano poco più che distratti al primo incontro. Molte ore dopo, al termine del meeting, eravamo rimasti soli al tavolo: gli altri sei sette miei “colleghi” italiani con una scusa o con l’altra se l’erano data strizzando il dito all’orologio.
A Edgar, mandato dagli Usa come supervisore del progetto per dare senso strategico all’occupazione Colgate-Palmolive dell’Europa, erano bastate quelle prime ore a farsi giudicare un pericoloso rompicoglioni, mix di Truman e Ike. E siccome io ero il più giovane, senza potere e senza diritto di sedermi all’ultimo banco, fui nominato all’istante l’interlocutore del matto.
Nacque così un’amicizia fiesolana tra manate sulle spalle e citazioni. Beveva(mo) ettolitri di bitter rosso analcolico San Pellegrino: guarisce dalla lebbra, diceva Edgar. Fumavamo, io due lui quattro pacchetti al giorno di Chesterfield: io sul serio, lui per finta. Cioè comprava davvero quattro pacchetti, li apriva, ne tirava fuori una sigaretta alla volta, la metteva tra le labbra, non la accendeva, mimava il fumare poi la buttava nel portacenere. Cioè gli era stato proibito fumare ma non poteva fare a meno di consumare.
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Dormiva un quarto d’ora ogni tre quattro ore. Stavamo sempre insieme per lavorare e lavoravamo sul serio – in un modo e con un metodo che avrebbero influenzato tutta la mia vita – per poco meno di diciotto venti ore al giorno. Edgar si era procurato la Vita Nova, la Divina Commedia, l’Iliade, l’Economicon di Senofonte e altri testi sacri: nelle pause e anche quando continuavamo il Gioco al ristorante, mi chiedeva di leggergli quei testi in Italiano e in Greco Antico: che peraltro conosceva bene ma “aveva vergogna del suo accento americano”… e voleva sentirli da me, e cercava di imitare il suono, i suoni, la mia fonazione…
Nel lavoro riempivamo pareti e pareti di fogliettini, su ognuno dei quali campìva un concetto (un concept): poi i fogliettini venivano raccolti e raggruppati, accostati per aree tematiche, verificati, giudicati assassini o fertili… e via via cadevano teste non solo dei concetti “assassini” ma anche dei finti-buoni. Egli fu il più straordinario Maestro di Logica della mia formazione. Mi introdusse nel brainsorming, svolta e rivoluzione, calcio in culo alla devastante “dialettica marxista” che aveva occupato e azzerato la cultura Europea nel Dopoguerra.
Fu un’amicizia tra Maestro e Allievo dentro un magico gabinetto di ricerca di Berkeley o della Firenze quattrocentesca. Fu uno dei più emozionanti anni della mia vita. E quando arrivò il momento di separarci, lacrime a parte, mi mise tra le mani una lettera dell’HeadQuarter di Madison Avenue, nella quale mi si offriva la cosiddetta direzione creativa dell’importante ma arretrata Sede di Parigi. Lettera che Edgar accompagnò con parole lapidarie, parole americane ma dette nell’Italiano con meno-accento che riuscì a pronunciare: “Non ci pensare un istante. Parti oggi stesso. Qui nessuno sa pensare e tu soffochi. Parigi non è il massimo nell’advertising, sono legàti alla réclame, ma noi ci aspettiamo molto, è una sede importante per noi. Vieni a portare pensiero forte. Tu non sei un “pubblicitario”, tu sei un fiorentine swinger…!”
Per Edgar era il massimo complimento. Perciò manco tentai di spegargli che dare del “fiorentino” a un Senese della Val d’Orcia, meritava una coltellata.