martedì 14 luglio 2015

LA PAROLA



La Parola.

La Parola comporta una responsabilità assoluta. Cioè la mia propria responsabilità. Poiché la Parola è rivolta all’Altro, a chi mi sta difronte e anche a chi è distante ed è raggiunto dai mezzi che la diffondono. Sì, anche chi è distante è il mio Altro nell’istante stesso in cui la Parola lo raggiunge. Può darsi che il mio Altro distante ignori la mia identità, ma io non posso ignorarla, dunque ne sono responsabile. Io scelgo di vivere questa responsabilità, affidandola alla Parola. Al mio Altro dunque io parlo come parlo a me stesso. Forse ancor più responsabilmente, perché io posso essere indulgente verso di me, ma la mia responsabilità mi impedisce di chiedere il dono dell’Altro.
continua


Questa è una premessa. Ed è anche una confessione. Amo la Parola, amo rivolgere la Parola, in ogni rapporto della vita, nella quotidianità, negli incontri del caso, nella differenza, nel silenzio. Ma il mio Linguaggio si esercita e si manifesta più “responsabilmente” nella Scrittura. Se la Parola parlata appare al mondo come Discorso della comunicazione, la Parola scritta ha lo statuto che mirabilmente Barthes ha definito come “scrizione”, insomma come il viaggio inarrestabile tra il pensato e il foglio bianco. Come atto del corpo, momento inseparabile dal respiro, dal sentire, dall’essere nel mondo. Ma inesorabilmente esercizio intellettuale.
Dunque una voragine tra me e l’Altro. Una distanza incolmabile, come è incolmabile il percorso affettivo dalla retorica, dall’arte letteraria, dalla dottrina, come è incolmabile dall’intenzione e dalla dedizione la comunicazione. Sì, è lo stesso drammatico destino della Poesia scritta dai Poeti, dai massimi Poeti, la cui comunicazione con l’Altro presuppone che l’Altro vi presti attenzione, vi dedichi la sua predisposizione, il suo esercizio di… Lettore, di addestrato alla Lettura.
Eppure io credo di dedicare tutto me stesso a quel tragitto dal pensato allo scritto, alla cura del riportare sul foglio ogni e qualsiasi struttura del pensato, dalla vocale alla parola, dall’accento alla pausa, dalle sequenze all’interezza della frase. E credo perfino e ogni volta e in ogni occasione e per ogni obbiettivo che quel foglio sia Tu, il mio Altro. E mi dico di corrispondere e rispondere così alla mia responsabilità. Ma io non posso mentire a me, dunque non posso mentire a Te.
Non è così che io posso mettermi in gioco, perché io – pur non sapendo chi sei Tu, mio Altro sconosciuto, che leggi – so che tu sei un Lettore. E sei un Lettore anche se tu hai un volto e un nome, se sei il destinatario di una mia scrittura speciale, personale, una Lettera indirizzata solo a Te.
Poiché la mia responsabilità è mediata e alterata, alienata, da una terza persona: la parola scritta su un foglio.
*
Di che cosa sto parlando? Sembra che io stia parlando della responsabilità della Parola. Della mia Parola per l’Altro. Dunque del prendersi cura dell’Altro con la Parola? Ma non è questo il discorso dell’Insegnamento, della Parola del Maestro all’Allievo, agli Allievi? Non è forse quella stanza, il luogo della responsabilità e dello scambio, del corpo e dell’intelletto? Il luogo, lo spazio che la Parola colma, concepisce, semina, genera, forma, addestra? Luogo per eccellenza della presenza dell’Io all’Altro, della Comunicazione.
No, perché quel luogo è la Scuola. La Scuola dell’obbligo, la Scuola cui si ha diritto, la Scuola di un ordine sociale sancito: la Scuola come Istituzione. Dunque la negazione di quell’… Istituzione Affettiva che è la Responsabilità Individuale nell’esercizio non dovuto del prendersi cura di sé prendendosi cura dell’Altro.
La mia responsabilità sei Tu. Tu con le tue mille voci, i tuoi visibili e invisibili sguardi, i tuoi silenzi d’attenzione che impercettibilmente s’intrecciano ai tuoi silenzi d’assenza, di dissenso, di rivolta, di passione… alla tua interezza di Altro che io non vedo ma sento, che io non sento ma intuisco, che io non intuisco ma desidero. Tu, mio Altro, al quale dedico l’interezza della mia Parola.
Forse mi sto avvicinando a quello che voglio dire. Ma è ancora presto. Devo dire a me stesso e a Te, mio Altro, che io desidero intimamente e appassionatamente liberarmi dalla statua di Intellettuale che mi sono eretta e che il mondo mi ha confermata. E ho bisogno del tuo aiuto. Che non ti posso né voglio chiedere, ma desidero ardentemente ricevere in virtù del venire accolto da Te come il tuo Altro.
*
Ho eletto a miei Maestri tanti Sapienti, mi sono nutrito e dissetato della loro Parola scritta. Raramente ne ho avuti alcuni davanti con la loro Parola, in un’Aula o in altri luoghi prescritti. Anche oggi respiro il Linguaggio della mente, del pensare, del discorso di nostri sommi contemporanei. Eppure, eppure se escludiamo gli Antichi, che battevano piazze e strade e agorà e deserti, nessuno dei Sapienti Massimi che hanno abitato il mondo… ha mai potuto abitare l’Altro, cioè Te.
Mi stimola l’esempio di Noam Chomskj, forse il Sapiente più sapiente a noi noto, oggi. Il grande Vecchio che proprio in questi giorni avrei voluto e potuto incontrare nell’occasione di una sua visita a Roma, accolto con grandi onori, per la presentazione del suo ultimo libro tradotto in Italiano. Immenso studioso, inventore di ricerca, ricercatore di linguaggi, creatore di sguardi mai posati sul mondo… ma condannato alla scelta obbligata che il malinteso destino del nostro tempo gli offre: tra il Clan degli Sapienti e il Servizio ai Potenti. Eppure Chomskj sa. Non esita – e non esita già nel 1968 – nella scelta di campo. A dfferenza dagli Intellettuali Europei, corsi a frotte e spintoni al servizio e al soccorso del Capitalismo Comunista Buono che ha colonizzato le nuove Borghesie, Chomskj – figlio d’un altro mondo – è patriota e sferza, attacca, svela e mette a nudo l’imperialismo USA. Non sta con il Potere. Eppure, eppure…
Mi addolora l’esempio di Chomskj, l’altro Barthes del XX secolo: mi addolora l’impotenza della sua Parola. Della Parola che non ha mai potuto, mai saputo, mai scelto di parlare sulle strade nelle piazze nei parchetti nelle aule sventrate delle ragazze, dei ragazzi, dei deboli, della carne da macello, dell’Umanità che non conta.
Ha gettato Semi nelle Serre e nei Campi già concimati. Ha aggiunto dubbi ai Dubbiosi, interrogazioni agli Interroganti, dati alle Banche-Dati. Lui, più Potente e più squassante di Heidegger, di Barthes, di Foucault, di Deleuze, di Baudrillard, lui ha dovuto superare gli Ottanta anni per presentarsi allo Zuccotti Park e dire “Ci sono” ai ragazzi di Occupy, al virtuale 99% della protesta disarmata. Ma non la portato la Parola liberata dalla scrittura, dal Libro, dalla Scuola del disamore. E se anche l’avesse portata… anche quel 99%, anche Occupy, anche la piazza permanente di Wall Street, anche quei Nuovi Sessantottini sarebbero stati élite, clan, gruppo chiuso, Intellettuali.
*
Siamo chiamati ad Occupare Facebook. La sua Aula sconfinata, il suo parchetto bombardato di siringhe e pezzi di carne, le sue tracimazioni di carni e di vacuo… cioè le sue mani tese, le sue voragini di passività e di attesa inascoltata. Siamo chiamati alla Semina sul campo più sconosciuto della Terra spaccata dalla siccità, a tutto campo, alla cazzo, ‘ndo cojo cojo… per essere accolti, ignorati, beffeggiati, respinti ma… accolti… neo-merce, mistero, se-duzione.
Siamo chiamati a farci consumare. Non democraticamente, non statisticamente, non quantitativamente, non utilmente, non funzionalmente, non elettoralmente, non carnalmente, non sessualmente. Né seducentemente. Non dobbiamo mettere in campo strategie di se-duzione, stratagemmi, arte militare.
Qualcosa saremo. Saremo Parola. Ma saremo la Parola dell’Altro, di miliardi di Persone che non sono né sono mai state l’Altro del Potere, delle èlites, dei maestri di scuola, dei governanti.
Un Sapiente sconosciuto mi insegnò: “E métti il culo alla finestra, no?! che paura hai? Male che vada nessuno lo vedrà. Ma se passerà da quelle parti un Rondone e ci farà il suo Nido… allora potrai dire che il tuo passaggio in terra non sarà stato vano”.
Facciàmo ascoltare il nostro non-sapere. Facciamo ascoltare la Parola dallo sguardo curioso di chi ti è davanti e ti sta donando tutto il se stesso di quell’istante. Non spariamo le Parole confezionate dal nostro intestino ma quelle raccolte nell’aria di quella stanza, di quella piazza, di quei visi. Sì, anche e soprattutto dei Visi che non vediamo, dei visi invisibili di Facebook: un Viso, dieci Visi, 5000 Visi, un Miliardo di Visi. Essi parlano. Rispondiamo.